Cerchio

Si sveglia e si accorge all’istante della sua inquietudine, quella che ogni tanto la fa vagare per casa senza scopo e le fa dimenticare il perché si trovi in una o nell’altra stanza. Magari per sistemare i panni nell’armadio o pulire il bidet o forse cercare qualche documento?

La sua organizzazione domestica si nota appena entrati. Everything in its right place. Ogni oggetto ha un senso, un suo verso che sempre quello deve restare. I colori sono perfettamente calibrati e abbinati. Disturbi ossessivo-compulsivi piuttosto evidenti. Inoltre, più che la casa di una quarantenne sembra quella di una bambina, ma a lei così piace. Il suo mondo esteriore irradia molta luce, è ordinato e senza fronzoli inutili, seppur pieno. Come il suo mondo dentro, che però negli ultimi tempi ha perso qualche raggio.

Decide di strimpellare la chitarra sgangherata che le ha regalato sua sorella. Suonandola quasi per scherzo, ha iniziato a rendersi conto che riesce almeno ad accompagnare la sua voce, finalmente può cantare ciò che vuole e non deve più aspettare che i suoi amici suonino per lei.

Chiedendosi di cosa possa aver bisogno per calmarsi, escludendo la birra perché non è neanche mezzogiorno, crede che ciò che le serve sia uscire, semplicemente. Da sola, in un pomeriggio di agosto, a raccogliere per le strade della città idee e spunti di riflessione. Le mancano le sue passeggiate solitarie, il treno, il cappuccino caldo alla stazione. È abituata a vivere in completa sintonia con la routine cittadina, nonostante abiti in provincia, oppure la ama proprio per questa ragione.

I suoi le sconsigliano di uscire a quell’ora, suo padre le chiede quando pensa di tornare. Eh no cazzo, ho quarant’anni, non scherziamo. “Non lo so, quando mi sarò stancata di girare”.

Dopo l’immancabile sosta in libreria, sente che è arrivato il momento di tornare nel luogo dove tutto è iniziato quasi due anni prima.

Lo scendere a quella fermata la emoziona e le fa ripercorrere quei momenti irripetibili e lontani. Ormai ha un’altra vita, ha intrapreso un’altra strada, sa che è ora di chiudere definitivamente, ma per farlo sul serio deve tornare al principio.

Perché il cerchio è fatto così.

Scatta qualche foto per le vie di uno dei suoi quartieri preferiti, a Roma si sente più turista dei turisti veri. È fortunata a non esser troppo distante dalla città, se ci abitasse forse noterebbe più i difetti che il resto.

Entrando nel locale nota che è praticamente vuoto. La barista si stupisce del fatto che non voglia un tavolo all’esterno. Crede preferisca restare dentro per via dell’aria condizionata, ma lei non sa che Laura la detesta. Deve sedersi esattamente lì, deve poter rivedere quella scena con la consapevolezza di oggi. Senza sorprese, perché conosce ogni dettaglio della storia. La sua birra questa volta sarà una soltanto e per giunta piccola. Sarà l’ultima per un po’ di tempo.

Va in bagno. Si rimette il rossetto sapendo che questa volta nessuno glielo toglierà. Torna al posto e lo vede, accanto a lei, impaziente ed emozionato. La prende un po’ in giro e la guarda. Sanno entrambi come andrà a finire. O meglio a cominciare.

Una volta uscita non le gira la testa, i battiti sono regolari nella loro innata tachicardia. Non si nasconde dietro l’angolo per tenerlo ancora vicino a sé senza farsi vedere dal resto del mondo. Questa volta fuma lentamente una sigaretta, poi va dritta verso la stazione.

A casa si sente meglio, l’inquietudine è sparita. Non ha più bisogno di bere per dimenticare qualcosa che dimenticare è impossibile. Ora lo sa.

Finalmente ha di nuovo voglia di ballare. Legge per almeno un’ora. La sera scrive, dopo mesi di totale vuoto creativo.

In fondo, pensa, c’è poco da creare, quando si parla di se stessi.

Ma almeno è un inizio.

Non è possibile

E’ il mio compleanno. Non è maggio, siamo in agosto, ma io lo so, oggi compio gli anni. Non so quanti.

Ti ho invitata, Marica, a casa mia, ma la mia casa non è come nella realtà. E’ più grande, ha un lato nascosto che forse neanch’io conosco del tutto. Un atrio sulla destra, un corridoio lungo e largo, ai lati dei divani e delle tende blu, un blu che mi fa pensare all’Oriente. Ti ci voglio portare, voglio farti vedere la stanza con i tre letti verdi a baldacchino e i tappeti grandi.

Ti vedo per qualche istante, poi ti perdo e sono nella mia stanza, mi sto spogliando per mettere il pigiama, ma lui con la divisa rossa mi guarda schifato e mi dice non è possibile scuotendo la testa. Allora entri tu ed io ti dico mentendo che mi stavo solo preparando. Esco e mi ritrovo qui, in questa cucina che non sembra la mia, ma sento che è la mia. C’è una festa, è per me, mi stavate aspettando, dite tutti ecco la regina, ho davanti una torta, piccola, con una sola candelina, rossa o nera. Ci sono persone che credo di conoscere. Mi sorridono e mi fanno gli auguri. Ale ci sei anche tu, però scusami, non ti avevano invitata. Di certo io l’avrei fatto, ma questa festa non me l’aspettavo, figurati, è agosto.

Quello con la divisa rossa sembra un maggiordomo oppure un principe. Si avvicina e vuole che morda il suo dito. Non voglio ma lo faccio lo stesso e mi fa schifo sentire quel salato in bocca e la carne che si deforma sotto i miei denti.

Qualcuno mi tocca, sento le mani addosso mentre cammino. Non mi piace, però non so reagire.

C’è una donna, bionda e fredda, mi guarda dall’alto in basso, mi giudica senza parlare, così mi guardo anch’io, penso forse sono vestita male, il mio abbigliamento non è adatto all’occasione. Infatti è così, ho una sottoveste e sopra un’altra e un’altra ancora.

Ora sono altrove, in un parco giochi, sono su un treno, dall’enorme vetro davanti a me vedo colori, il verde il rosso il giallo il viola, il sole. Sono felice ma angosciata. Scendo dal treno e attorno a me c’è un mondo diverso, persone serene che pensano soltanto a giocare e che ridono forte. Vorrei andare via, non sono serena, io. Cerco il telefono nella mia borsa nera e profonda. Lo trovo ma non è il mio. Penso possa essere di quella donna bionda. Prima lo aveva in mano, forse mi faceva una foto mentre spegnevo la candelina.

C’è un mercatino nel Lunapark, sembra di Natale. Non era agosto, o forse maggio? Sono agitata ma mi fermo a guardare tra le bancarelle. Mi soffermo su una, c’è un piccolo abete di carta, è brutto ma lo tocco lo stesso e lo faccio cadere. La ragazza mi dice che costa 4 euro e che glieli devo dare, me lo dice in inglese, io le rispondo non li ho e lei dice non è possibile ma le dico vede che non ho la borsa? Ma dove l’ho lasciata? La ritrovo poco dopo, cerco di nuovo il telefono, questa volta trovo il mio, però è distrutto, piegato a metà. Mi sento persa, mi sono persa. Mi si avvicina un gruppo di ragazzi, uno con lo zaino in spalla mi dice ti accompagno a casa, immagino tu voglia andar via. Gli dico sì, per favore, non mi sento bene. Mi dispiace per la festa, ma devo andare.

Appena pronunciate queste parole vedo di nuovo l’uomo rosso, che mi dice ecco la regina. Io però adesso ho paura e per la paura gli faccio pipì sulle scarpe. Lui ride e dice non è possibile.

Adesso sono a casa. Finalmente. Questa volta è proprio casa mia, con le mie poltrone, una grigia una tiffany, la mia libreria, i miei quadri. È tutto in ordine, tutto così confortante.

Bussano alla porta. È mia madre. Ah sei tornata, questa signora ti cercava. La signora bionda. Penso che voglia il suo telefono e glielo porgo. Mamma ci lascia sole perché non è invadente. Vorrei che restasse. La signora bionda chiede perché me ne sia andata, era la mia festa, avevano preparato tutto soltanto per me, ho mancato di rispetto a molte persone.

Mi giro, volgo lo sguardo a destra perché mi vergogno, lei mi guarda troppo negli occhi, mi guarda oltre. Lì dietro c’è lui, il Signore rosso che mi sorride di traverso. Mi prende in braccio, mi sento mancare. Guardo lei che mi dice adesso devi venire con noi, sei tu la regina, ti aspettano.

Vedo una sagoma bianca, una ragazza senza vestiti cammina nel mio corridoio, non si volta, la vedo entrare nel muro. La vedo sparire nel muro.

Non è possibile, ma è il momento di andare.

Dimensioni


Guarda se non perdo il treno. No, ce la faccio, dai. Ele calmati, per favore. Sì sì ecco, sto bene, ma tanto io sono così. È l’ansia. Salgo e penso sicuramente al mio posto sarà seduto qualcun altro. “Signora mi scusi, questo sarebbe il mio posto…” Ma poi perché non dire “è” il mio posto? Questa paura maledetta di importunare il mondo. “Può farmi vedere il biglietto?” Eh no, mica sei più un “controllore”. “Grazie, grazie mille. Sì, il treno non è questo, parte tra dieci minuti dal binario sei, deve andare”. Niente, proprio non ce la fai a farti i cazzi tuoi.

Mi siedo e accendo il pc. Partiamo. Arriverò a Milano in tempo per la cena, ma non so se mangerò, forse non mi andrà. Da quando sono sola il cibo è l’ultima preoccupazione. Sono nel posto corridoio, ma solo perché non voglio dar fastidio se devo andare in bagno. Io devo sempre andare in bagno.

Mi alzo e vado. Cammino e lo vedo. Lui è lì a leggere. Qualche capello in meno, gli occhiali giusto in equilibrio sul naso prominente, le mani su un libro di cui non riesco a leggere il titolo. Lo vedo e non ce la faccio a fermarmi, le gambe proseguono verso il bagno. La reazione è ovvia. Mi guardo allo specchio e piango. Sono passati più di tre anni dall’ultima volta che non ha negato la mia esistenza. Ho provato a dimenticare, chiaro che l’ho fatto, ma è stato inutile cercare di cancellare le emozioni che in breve tempo mi aveva appiccicato addosso.

Esco e decido di pensare. La prima fermata è Firenze, tra un’ora. Se scendesse lì avrei il tempo di chiedergli almeno come stai. Sempre che lui mi riconosca o non faccia ancora finta di non vedermi. Dal mio posto riesco a vedere solo la punta dei suoi piedi lunghi e un pezzetto di testa. Non ci credo, dopo tutto questo tempo lo rivedo così, avrei detto paranormale, anni fa, ma invece non c’è niente di strano, prima o poi ci si incontra di nuovo. Peccato che il tempo non abbia ancora guarito nessuna ferita. Sono rimaste tutte qui a sanguinare.

“Claudio.” Alza gli occhi dal libro. Fa un balzo indietro, come mi aspettavo.

Ciao come stai dove vai ma quanto tempo io bene sono sposato ho una figlia lavoro a Milano e tu invece no io non sono sposata e non ho figli lavoro a risorse umane e frequento una persona ma non è vero.

L’imbarazzo cala su entrambi. Ci salutiamo da colleghi e per il resto del viaggio non ci vediamo. Scesi dal treno provo a seguirlo con lo sguardo, lo seguo nella sua camminata sempre un po’ barcollante. Spero si giri un momento, solo un momento a guardarmi, a cercarmi, ma no. La tentazione di scrivergli è forte, anche se non so nemmeno se abbia cambiato numero. Da lontano vedo sua moglie e la bambina andargli incontro. Ormai tutto sarebbe inutile e superfluo. Era già finita ancor prima di cominciare, già più di tre anni fa. Sono felice per lui e sto bene. Sì sto bene. Le mie domande continueranno a restare senza risposta, ma non dovrò affrontare nessuna verità diversa dall’evidenza.

“Va bene così?”

“Sì Eleonora, la prima parte dell’esercizio è terminata, adesso passiamo al secondo livello, il più complesso: andare avanti”.

H

– Paola, macheccazz…???

– Oh ma che vuoi? Sto in vacanza, lasciami in pace almeno qui!

– E infatti, prima e ultima volta con te. Sei un pericolo pubblico. E sei disorganizzata. Nonché una troia.

– Ma chi era quello? Almeno sai come si chiama?

– Che ne so, che mi frega, gli ho fatto solo un pompino

– Certo, in mezzo alla pista. Ti hanno vista tutti, stai tranquilla. Non voglio stare qui a farti da balia, sparati

– Grazie, lo farò

Le due si avviano verso l’hotel, ma Paola è troppo ubriaca per azzeccare la strada e Claudia troppo incazzata per aiutarla, la precede. Non la sente più, si gira e lei infatti non c’è.

– Oh santa pace, dove si è ficcata quella pazza?

Torna indietro e la vede piegata in due. Pensa stia vomitando e invece no, vede che addirittura sanguina.

– Che hai fatto, brutta scema? Che è tutto quel sangue???

– Ma non lo so, stavo camminando e mi sono impigliata in qualcosa, ahia, fa male.

– Dobbiamo cercare un pronto soccorso. Non mi prende il telefono, dammi il tuo.

Niente. Si guarda intorno e non c’è niente se non la luce dei lampioni. Niente macchine. Niente telefono. Niente proprio.

Claudia cerca di tamponare il sangue con il giacchetto chiaramente nuovo.

– Sediamoci laggiù, troveremo una soluzione. Cioè qualcuno dovrà passare, non è un’isola deserta!

Solo che è ancora troppo presto, sono ancora tutti a divertirsi, lì non ci sono trentenni frustrati come loro. Tutti ragazzini. Ma che cazzo ci fanno in questo posto?

– Cla…

– Eh, che c’è

– Si muove

– Ma cosa?

– Quel tombino, si muove

– Sei ubriaca, idiota, non si muove niente

– Ti prego però, guarda!!!

Già. Il tombino si muove. Ecco adesso esplode e ci copre di merda. Tanto, ormai. Ci manca solo questo, pensa Claudia.

Il tombino si apre del tutto. Si sporgono a guardare.

– Chi c’è?

Una voce dal basso.

Le due si spaventano e si allontanano.

Hanno visto It.

– Scusate, non vorrei disturbare, ma ho sentito un odorino…

– Ma che è quel coso? Oddio un topo enorme. E parla. Ma che hanno messo in quei dannati cocktail?

Il topo enorme esce su due zampe e si avvicina a loro. Troppo terrorizzate per fuggire.

– Scusatemi eh, ma ho sete, non è che mi dareste un po’ di quel vino?

– Vi…vino? Ma qua…quale vino?

– Quello che esce da quella mano

– Cristo santo. È sangue, sign…cioè topo (no vabbè, ma che sto dicendo?)

– E cosa ci dà in cambio? – chiede Paola.

– Quello che volete, ma intanto datemene un sorsetto, sono giorni che sto qui sotto ad aspettare che almeno piova, ma non succede mai, io ho sete.

Paola avvicina la mano verso quell’essere immondo, Claudia la fulmina con lo sguardo. Lui comincia a bere, perché tanto il sangue scende giù come da un rubinetto.

– Ahhhhhh, grazie. Finalmente.

Le ragazze si guardano aspettando una reazione, o magari di svegliarsi da quell’incubo.

– Ah, che prurito, che cos’è?

Il topo si gratta dietro le spalle. Si gratta e si gratta finché non esce il sangue pure a lui. Claudia dice andiamo, che stiamo a fare qua, che aspettiamo??

– No, aspè. Guarda.

Al topo sembra stiano spuntando due ali. Due ali?

Due ali.

– Eh, proprio buono quel vino. Se me ne date ancora un goccetto…ohhh, adesso sì. Andiamo?

– Cosa? Dove?

– Dove volete! Guardate che ali! Belle eh? Forza, salite, non avrete paura!?!

Le due si guardano. Senza parlare, probabilmente entrambe pensano ma sì. Andiamo. Tanto siamo già morte, per forza.

– Scusi, però Lei puzza. È sporco, mi fa schifo sedermi.

– Ah sì sì, giusto. Un momento solo, prego.

Il topo scende nel tombino, esce poco dopo con una coperta, se la mette addosso e si abbassa per far salire le sventurate.

– Dove si va allora?

– All’inferno ci siamo già, dice Claudia. Veda se dall’alto trova un ospedale.

Partono.

– Come si sta quassù?

– Boh, diciamo bene

– Ragazze, una curiosità, ma cosa c’era in quel vino? No perché sapete, di solito se bevo vino umano mi spuntano gli artigli. Ma lunghi, eh. Divento anche aggressivo. Siete state fortunate.

– Scusi, ma quale vino umano, quello è sangue, non l’ha ancora capito?

– Ma certo, lo so. Sono un topo, non uno stupido. Però il sangue mi fa schifo, allora lo chiamo vino.

Sotto di loro, ancora nessuna H luminosa.

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Scena uno. Interno giorno. Anziano in carrozzella si trascina nel corridoio di un ospedale con accanto un giovane che si trascina un’asta con una sacchetta di sangue.

Si sono appena fatti una striscia nel bagno della loro stanza. Ora sono a posto. Escono per fumare.

Scena due. Esterno giorno.

– Forse era troppo forte

– Che?

– La roba

– Perché?

– Vedo una cosa che non dovrei vedere

– E cosa?

– Topo. Gigante. Su due zampe. Con le ali. Due tipe accanto a lui. Naaa. Allucinazione.

– Eh no. Li vedo anch’io, cazzo.

– Ma Lei non può andare in giro così! Quei due malati, laggiù, ecco, ci stanno guardando! – dice Claudia

– Non si preoccupi, ci penso io. Lei accompagni la sua amica dentro. Sono un topo affabulatore

– Se lo dice Lei. Beh, grazie comunque, eh. In fondo non è stata un’esperienza del tutto orribile.

Paola invece vorrebbe quasi abbracciare il loro inatteso salvatore, ma poi pensa sono ancora ubriaca, che schifo, e dice solo grazie addio.

Scena tre.

I due malati si avvicinano al roditore. Il roditore si avvicina a loro. Trenta secondi di silenzio dopo, il topo parla.

– Buongiorno signori, come state? In via di guarigione?

Si guardano, fanno entrambi no con le loro teste fatte.

– So che sembro un po’ strano ma vedete, il mondo è pieno di cose nascoste e misteriose, che poi un giorno magari escono allo scoperto

– Sssì, infatti – dice il vecchio – Vuole qualcosa da noi? Perché noi non abbiamo niente e vorremmo tornare nella nostra stanza, ché forse dobbiamo riposarci, che è meglio

– Non è vero che non avete niente! In quella sacchetta c’è del buon vino, immagino!

– Ma quale vino, questo è sangue, serve a me

– Sì, ma un sorso non potrebbe darmelo?

– (Oh Signore mio). Ma non lo so se poi me ne daranno dell’altro, io con questa sacca ci sto campando

– Ah, va bene, non fa niente…

Vedere quel topo con la coda lunga un metro fra le gambe lo commuove.

– E sia, giusto un goccio, senza esagerare perché poi davvero potrei morire!

– (tanto muori lo stesso) Grazie, veramente gentilissimo.

Topo si attacca al tubicino e beve, beve, fino a far diventare la sacca una mezza sacchetta striminzita.

– Ahhh, ora sì che sto meglio, grazie veramente. Oh, che prurito, che cos’è? Le mie dita stanno…

Su quelle dita cominciano a spuntare artigli, lunghi e affilati.

I malati diventano bianchi in faccia e fanno per scappare, ma topo dice non abbiate paura, è tutto normale. Una sorta di carezza diventa una sorta di ghigliottina, e al giovane salta la testa. Dieci secondi di stupore dopo, il vecchio tira fuori un coltello e trafigge topo che nel frattempo l’ha già decapitato.

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– Che abbiamo oggi? – chiede Anna sfregandosi le mani col suo camice pulito pronto a sporcarsi di brutto – Bigattini, mummie, obesi che esplodono?

– Due malati, uno di cirrosi uno di cancro, morti in cortile due giorni fa. E un topo.

– Un…topo?

– Eh, hai capito bene. Guarda, io non lo so cos’è successo, ma la Piera li ha visti per prima, non parla più con nessuno.

I corpi decapitati dei due cocainomani sono facili da gestire. Anna li veste e li trucca pure un pochino, perché sono proprio troppo pallidi. È vero che sono cadaveri, ma li vuole abbellire un po’, è il suo lavoro.

Il topo, però, non è che si possa truccare, è già difficile avvicinarsi al suo corpo esamine e puzzolente, e non lo deve certo vestire, sarebbe ridicolo.

– Cosa ci faccio con questo?

– Niente, lo mettiamo in frigo e domani lo diamo alla Polizia. Certo, normale non è. Toccherà studiarlo.

Anna è perplessa, ma si mette a riposare e non ci pensa più.

Di notte si sveglia alle tre, ha una sete, ma una sete…Si alza e va verso il frigo dove sta il topo. È curiosa, vuole guardarlo da vicino prima che se lo portino via. Non capiterà mai più di vedere un topo gigante con le ali e gli artigli.

Anna gli sfiora per sbaglio la zampa, si ferisce a una mano e dalla mano comincia a zampillare il sangue.

-Uh, sento un odorino…me ne dà un sorsetto?

L’ing.

Quando si fissa, l’ing. si fissa. E non c’è niente, ma proprio niente, che da quella fissa lo possa distogliere.

Il pensiero è martellante, annebbiante, lo prende e non lo molla, mai fino a quando l’obiettivo non è raggiunto.

La vede per la prima volta in quel pub a Monti, quel posto che lui conosce bene, dove si beve e basta, perché se devi bere una birra, che c’entrano le patatine e le noccioline e le manfrine?

Allora pensa ma non l’avevo mai vista, come può essere? Chiede di lei e gli dicono “viene da Dublino, è un cimelio, è un porta sfortuna, ti ci siedi e muori”.

Sì, maddai. Sfortuna, fortuna, mica esistono. Credenze popolari superflue e dannose. Poi dici perché il mondo funziona così male.

Però quant’è bella. Quanto sembra comoda. È verde e viola, tutta legno e velluto. E lui la desidera.

La ottiene nel modo più semplice. La compra. Perché tanto vale darla a qualcuno, perché tanto nessuno ci si vuol sedere, a che serve in un pub una sedia dove non si possano poggiare le chiappe?

La porta a casa e la ammira per ore. Perde una giornata di lavoro ma non fa niente, vuole guardarla e accarezzarla.

Non la userò. Non subito.

L’ing. è cattivo. Sociopatico. Anaffettivo. Non gli frega un cazzo di nessuno, e allora pensa questa sedia è maledetta? Beh, io vi dirò che invece è santa, benedetta e porta solo bene. Voi ci crederete perché siete una massa informe di sciocchi, così vediamo se è vero che ammazza le persone.

La conduce fino a un incrocio sempre trafficato.

-Prego signora, perché aspettare lì in piedi che il semaforo diventi verde? Prego prego, senta che morbidezza, guardi che linea, viene da lontano questa meraviglia, Lei ha l’onore di provarla per prima.

La signora non è che sia proprio convinta, ma si siede, perché è già stanca alle 8 del mattino, e non è neanche tanto giovane.

-Lo sa, questa sedia, o meglio quasi poltrona, è magica. Le porterà fortuna, vedrà. Poi però me lo dovrà far sapere se le succederà qualcosa di bello, ecco il bigliettino. Non voglio soldi, no, ne ho abbastanza, io sono un ing.

Su ventiquattro persone, due gli sputano addosso, quattro lo mandano a quel paese, sei gli dànno una moneta, tre pensano sia una nuova trovata pseudo-religiosa tipo siediti e vedrai la luce, ma nove, ben nove lo fanno. La provano, e tutti contenti attraversano la strada con in tasca il bigliettino e tante speranze.

Nei giorni a venire nessuno lo chiama, nessuno lo cerca per ringraziarlo, neanche per lanciargli ingiurie, pensa allora sono morti sul serio.

Ma no, ti pare, è proprio impossibile. Semplicemente le loro vite sono rimaste tali e quali e avranno solo pensato guarda quello stronzo ciarlatano, chi se lo incula.

Una mattina, l’ing. va al lavoro e compra il giornale. Distrattamente legge la cronaca. Vede la foto di una signora, e quella di un bambino, e quella di una coppia di ragazzi. E allora non più tanto distratto vede un tizio con gli occhiali, una ragazza bellissima che infatti aveva desiderato lo richiamasse, poi due vecchietti gobbi e alla fine pure un carabiniere alto e distinto. Li riconosce tutti, sono quei creduloni col suo bigliettino.

“Grave incidente su un tram in centro, muoiono nove persone”.

Inizia a ridere. Così forte che alla fine si deve nascondere in un angolo ché non ce la fa a smettere e si vergogna della gente che lo guarda. Cazzo, che ho combinato! Dovrei venderla ai terroristi.

Va a lavorare e mantiene tutto il giorno quel suo sorriso che in realtà è un ghigno. A quanto pare hanno ragione gli irlandesi, quel bellissimo oggetto di bellissimo ha solo l’aspetto. Ma l’ing. è cattivo, e la sua cattiveria supera anche l’amara sconfitta del suo scetticismo.

Corre a casa e va dalla sua Nora, ché alla sedia ha dato un nome, perché se lo merita, quella maledetta sedia maledetta. Perché lui vorrebbe restar solo tutta la vita, non vuole legami, e allora preferisce stare con lei, e soltanto ammirarla nella sua macabra bellezza.

È passato un anno, e l’ing. è un po’ cambiato.
Chissà come, chissà perché, adesso Nora non gli piace più così tanto. L’ha messa in una zona un po’ nascosta della casa. Non la guarda più ogni giorno, perché pare che l’ingegnere si sia finalmente innamorato, e ha altro da ammirare che una stupida sedia.

La sua fidanzata abita lontano, e nel fine settimana lo raggiunge a casa perché lui è comunque rimasto un egoista, eppoi è pigro.

La mattina del 28 febbraio suonano alla porta, mentre lui sta sistemando la sua casetta per la sua ragazza, e si chiede chi possa essere e perché lo debbano disturbare, gli faranno perdere tempo, chiunque sia esce e lo accoppa.

-Lei è l’ing. C.? Sì, ci deve seguire, ingegnere. Mi rincresce, Le dobbiamo comunicare un fatto molto spiacevole. La signora G. è stata coinvolta in un incidente molto grave in autostrada. Purtroppo ha perso la vita. Nel suo portafogli c’era un Suo biglietto da visita. Lei la conosceva bene?

Aveva sbagliato il calcolo. Non erano nove, quelli che si erano seduti su quella cazzo di Nora. Erano dieci. E la decima era quell’altra, quell’altra ragazza che era sempre carina, ma non bellissima, però era simpatica e dolce e non era morta sul tram. Ecco perché gli era sembrato strano che prima del primo appuntamento lei l’avesse chiamato.

Lui non le aveva dato il suo numero.

Lei ce l’aveva in tasca da un anno.

L’ing. deglutisce e risponde sono il suo fidanzato.

Barcolla verso la zona un po’ nascosta della casa, mi metto le scarpe, urla singhiozzando.

Per allacciare le scarpe si siede.

Nora sembra divertita.

Cristo, sono davvero un coglione.

Io vengo da sola

Almeno non devo essere per forza profumata pulita e depilata.

Almeno non devo stare solo sopra perché tu sei egoista e pigro.

Almeno posso pensare a chi mi pare,

magari a uno che mi stima mentre mi scopa.

Almeno non devo preoccuparmi che forse non sono brava e che magari è colpa mia.

Almeno non devo sperare che dopo tu mi stia accanto e mi accarezzi due minuti,

invece di alzarti lavarti e metterti a dormire.

Io vengo da sola.

Almeno di sicuro vengo.

6.

Sei la stanza completamente vuota.

La strada senza uscita.

La nave che non attracca, l’aereo che non atterra.

Sei il pane che non lievita, la pasta che non scuoce mai.

La pioggia che non bagna, il sole che non scalda.

La birra che non ubriaca, la canna che non ti fa.

Sei la giacca sgualcita e la camicia sporca,

l’ombrello che dimentico ovunque e che mi manca quando serve.

La maglia troppo pesante quando è già primavera ma a me non sembra.

Sei l’occasione persa, la fantasia che non mi posso più permettere.

Sei la mia zona d’ombra. Sei tutto e tutto il suo contrario.

Earring and socks

Dimentico sempre qualcosa.

Parole, fatti, spesso oggetti.

Ho poca memoria e lo sai.

Quell’orecchino e quel brutto paio di calzini li lasciai da te quando

tra noi sembrava essere nato un sentimento

che ho poi capito essere nato solo per me.

Non l’ho fatto di proposito.

Non l’ho fatto per avere un pretesto per tornare da te.

Per me potevi gettarli via anche subito.

Ma è passato del tempo e non mi va più di chiederli indietro.

Di calzini e orecchini ne ho tantissimi.

Li lascio a te, insieme alle mie dediche sui libri che ti ho regalato,

con piacere e qualche segreta speranza che non posso negare.

Li lascio a te perché se te li chiedessi sarebbe come chiederti indietro

il pezzo di cuore che ti ho dato.

Ma no, tieni pure quello, non mi serve più.

È tuo.

Di pezzi di cuore ne ho ancora tantissimi.