Se non fosse tornata

Tutto era diverso,lì. Il paesaggio, le persone, il pane. Quel giorno pioveva. Era novembre,il mese in assoluto più deprimente,per Laura. La accompagnò suo padre, la mamma era già a lavoro nella nuova scuola. Si sentiva ancora più sola,perché all’epoca il suo papà era una figura oscura e lontana,e non se la sentiva di confessargli che era terrorizzata. In fondo l’avevano costretta a cambiare scuola in quinta elementare,e da un paese in provincia di Roma si ritrovava in un paesino in provincia di Macerata. Una violenza,insomma. Anche se lì c’era gran parte della sua famiglia,all’inizio non riusciva ad accettare questo enorme cambiamento. 
I bambini la chiamavano “la romana”,parlando tra di loro all’orecchio e guardandola ridacchiando. Come nei film. Chissà cosa pensavano. Per loro Roma era un universo lontanissimo, forse la credevano una città del futuro, o magari la immaginavano antica come nei libri di storia.

Laura era una brava scolara. Ma dovette ricominciare daccapo. Di nuovo doveva farsi valere,dimostrare che sapeva scrivere,leggere e,forse,anche studiare con profitto. Quando il maestro di storia e geografia chiedeva quali fossero i capoluoghi di provincia di ogni regione,e faceva alzare ognuno dal banco per interrogare, beh..già solo questo la imbarazzava,e tanto.

Col passare dei giorni,però,riuscì ad adattarsi, almeno un po’.

Tutte le mattine il pulmino bianco come la neve la passava a prendere alle 7. A dicembre iniziava a fare freddo. Un giorno che nevicò tanto,entrò nel piccolo bus,che però non riusciva a salire la strada sterrata,e si incastrò tra la neve e la breccia. L’autista disse di scendere,e aspettare che riuscisse a ripartire. Sua nonna disse a lei e al suo compagno di classe di entrare in casa. E suo zio preparò un’enorme bruschetta per colazione. Lei che era abituata a non mangiar nulla,la mattina,perché l’ansia per la scuola la divorava già da piccola, trovò quel pane il cibo migliore al mondo.

Durante quei sei mesi, Laura visse nella semplicità della quieta vita di campagna,della casa dei nonni,dove le giornate si passavano nella cucina,unica stanza riscaldata grazie al camino. Viveva lo scorrere delle stagioni,con la neve che iniziava a scendere ogni giorno alla stessa ora,dopo pranzo,mentre faceva i compiti. Dormiva nella camera che era stata di sua madre,con la macchina per cucire,e con il lettino che la nonna scaldava con il “prete”,un aggeggio in legno con dentro la “monaca”, una ciotola piena di brace. 

Organizzò lì la sua prima,e unica in tutta la sua vita,festa,per il santo della sua contrada. Furono enormi la gioia e la spensieratezza di quel giorno,e fu contenta di vedere nonni e zii felici,con tutti quei bambini in casa, loro che avevano una sola nipote,e lontana. 

Laura un giorno notò qualcosa di nuovo in sua madre..una pancia un po’ esagerata,e l’aveva sentita dire che aveva la nausea. Chissà come si fa a 10 anni a sapere qualcosa di come nascono i bambini quando nessuno te l’ha mai spiegato. Era felicissima,da sempre chiedeva ai suoi di comprarle un fratellino. E finalmente ne avrebbe avuto uno anche lei. E non si sarebbe sentita diversa dagli altri.

Il giorno più bello,però,fu quando uscì dal catechismo,e in paese iniziò a nevicare. Nel silenzio di quella che per lei era una situazione irreale, prese per mano quel bambino che tanto le piaceva, e camminarono insieme fino alla fine del centro storico. Poi tutto tornò come prima,ma quel breve lasso di tempo regalò incondizionata felicità.

A marzo se ne andò. La sua sorellina sarebbe nata a Roma,e sua madre non se la sentì di lasciarla “sola” per finire l’anno scolastico. Lei avrebbe tanto voluto. Però non aveva l’età per potersi imporre.

I suoi compagni organizzarono una festa di addio. Cantarono, anche i più restii cantarono per lei. Ognuno le portò un piccolo regalo. E in molti piansero. Si sentì importante, quel giorno. Si sentì qualcuno. 

Tornare non fu facile. Tornare fu ricominciare ancora da zero. Ricominciare a farsi accettare e conoscere. Perché Laura,in quei sei mesi era stata la migliore se stessa che potesse essere. E non credeva di poter dare di più.

Pensò tutta la vita ” E se non fossi tornata?”.

Annunci

Una ragazza

Una ragazza lo sa che a vent’anni o poco più quelli più vecchi intorno si preoccupano per lei come se ne avesse dieci.

Una ragazza lo sa che la vita non è una passeggiata,e lo sa dal giorno in cui le viene il primo ciclo.

Una ragazza lo sa che deve decidere che direzione prendere,e che quella scelta condizionerà almeno metà della sua esistenza.

Ma una ragazza sa anche ridere,prendere il buono dalle piccole cose,quando gli adulti hanno dimenticato come si fa. Sa essere entusiasta,sa emozionarsi ed emozionare. 

Tarparle queste piccole forti ali non è giusto,ma aiutarla a non perdersi mentre è in volo è un dovere.

E una ragazza lo sa.

Incongruenze

Tanto quel vestito l’aveva già visto più volte. Anzi, lei si vergognava di sembrare una che si mette sempre le stesse cose. Così per tutto il giorno non si era fatta vedere. Perché lui aveva detto che occhio non vede…

Ma per lei era il contrario. Il non vederlo la faceva star male. Non meglio. Mai.

Ogni giorno,Elena si diceva che tutto quel dolore non serviva a niente. Che la loro storia non avrebbe portato a nulla. Che non c’era futuro,perciò era inutile violentare il presente. 

Allora pensava di riuscire ad ignorarlo,pur vedendolo cinque giorni su sette. Voleva tentare di far scemare tutto così,senza dire o fare nulla,come tante altre volte le era accaduto in passato. Sapete,quei finti amori adolescenziali che quando ci ripensi da grande non ti ricordi perché,quando né come siano finiti. Ecco,questo stava cercando di mettere in atto. 

Le dava forza il fatto che lui non l’avrebbe più cercata,se non l’avesse fatto lei. Era abbastanza maturo da capire che non ne valesse la pena. In fondo,in quegli intensi cinque mesi di “frequentazione”,erano passati in fretta attraverso le varie fasi di un rapporto,senza negarsi i litigi del settimo anno. Lui l’accusava spesso di egoismo,lei di mancanza di vero desiderio nei suoi confronti. Aveva cercato sempre uno scampolo di tempo,spazio e vita solo per loro due,ma a lui niente andava bene,ed Elena non sempre capiva il perché. Credeva che lui pensasse che se non potevano aversi completamente…era meglio non aversi per niente. E a lei non piaceva baciarlo distrattamente nei luoghi meno sicuri. A lui invece piaceva eccome.

Per questo, e per altri mille fottuti motivi, bisognava mettere un punto. Senza andare accapo.

Tenersi per loro questa passione inesprimibile,quest’attrazione forte,quest’incontenibile voglia di spogliarsi,fuori e dentro.

Rimase per sempre,in lei,quella serie di puntini di sospensione,che accompagnarono la sua vita,unendo indissolubilmente realtà e fantasia.

Non sei mai solo

Un giorno,una mattina di poco tempo fa,ero in treno,e per la prima volta dopo tanto non mi sono sentita diversa dagli altri,o almeno non da tutti. 

Una coppia abbastanza giovane parlava della  figlia, e delle difficoltà nell’organizzazione quotidiana,soprattutto perché nessuno dei due guidava. Ho sicuramente assunto un’espressione sorpresa. Non è che si conoscano tutti i giorni persone che,come te,non guidano. Ovviamente, rispetto a me i ragazzi avevano delle attenuanti. Lei era Ecuadoriana,e a casa sua la patente ce l’aveva,ma in Italia era carta straccia. Lui,a quanto ho capito,guidava la moto,e dopo un incidente non l’aveva presa più,e per la patente B stava provando a fare delle guide,senza troppo rendimento. Lei lo confortava dicendogli che sapeva guidare,ma secondo me lo faceva per evitare di doverlo fare lei. Sempre più stupita,io annuivo compiaciuta, e soltanto il sonno di quel mattino mi impediva di intromettermi nel discorso,tanta era la voglia di dire “Anch’io,anch’io! Sono come voi!”.

Ma non credetti alle mie orecchie quando la signorona accanto al ragazzo,probabile “amica-pendolare-di-treno”,disse che lei non aveva mai più guidato dopo che il marito,che tentava invano di insegnarle,l’aveva presa a male parole durante una manovra azzardata. Lei aveva paura. Capite? Paura,proprio come me! Per la prima volta sentivo dire quella parola! Perché oggi sono tutti ottimi guidatori, eccelsi cuochi, grandi fotografi…e sentir riconoscere da qualcuno un proprio limite…ragazzi,è roba rara,davvero.  Ahhh,quanto mi sono messa nei suoi (larghi) panni…! Mi stavo commuovendo, lo giuro.

Il simpatico raduno di sfigati ha chiuso le danze con un’affermazione memorabile. Lui, incrociando le mani sulle gambe,guardando in basso,ad un tratto alza la testa,e sentenzia: ” Io vi dico solo una cosa:aspetto con ansia il giorno in cui tutte le macchine spariranno per sempre”.

L’orgasmo che mi pervase mi fece tremare. La giornata non poteva iniziare in modo migliore. Tutto era più chiaro e limpido. Io non ero sola. E non era un caso che mi fossi seduta lì. Proprio lì.

 

Cose

Vi fa schifo se scrivo qualcosa sul ciclo? Vabbè, non me ne frega niente. Chi mi conosce sa che sono mestruo-centrica.

E vi giuro, preferirei non esserlo. 

Voglio scrivere a quelle che il ciclo se lo scordano, che col ciclo fanno tutto quel che fanno normalmente, e che la sindrome premestruale non sanno neanche distinguerla da un’influenza.

E voglio scrivere in onore di quelle che soffrono, s’incazzano, mangiano a sbafo e vorrebbero morire, prima e durante. Come me.

Sì, perché sarà anche naturale, ma io non lo accetto, e mai lo farò. Mi impressiono ancora quando vado al bagno, una settimana prima divento un mostro insopportabile, e ritengo sia ingiusto dover soffrire così tanto quando gli uomini non hanno un corrispettivo dolore mensile. E se ce l’hanno, fatemelo sapere e ritiro quest’ultima affermazione. 

Io non lo sopporto, perché non ho figli, e se non ne dovessi avere mai, avrò sofferto per anni inutilmente. Allora dico a voi donne forti, donne vere, donne col ciclo finto:vi invidio, anzi vi ammiro, siete fantastiche, ogni uomo vi vorrebbe accanto. Ma quando vi dico, sbagliando, che io invece sto male e a volte non mi muovo per la debolezza che mi provoca…vi prego, non ditemi che voi invece no. A volte bastano un “mi dispiace”, una pacca sulla spalla o un “che ti frega, qualche giorno e poi passa”. Anche se, di solito, poi ritorna.

Poi

Piegò la tovaglia per bene, anche se la tovaglia è uno di quegli oggetti che usi e riusi, e sembra inutile tenerla in ordine.

Accese la candela profumata, poi la sigaretta puzzolente. 

Non voleva andare a letto. Non ancora. Sapeva che poi l’avrebbe sognato, e ormai si sentiva in colpa anche dei suoi sogni. 

Da due settimane non si baciavano. Si sfioravano solo, quando nessuno poteva credere che fosse intenzionale. Le mancava moltissimo,ma ormai aveva fatto una scelta. Aveva deciso di dare un’opportunità al suo rapporto. Perché lui se la meritava sul serio. E lei doveva finirla con l’altro. Almeno per un po’. Almeno fino alla successiva crisi.

Da quando aveva deciso di smettere,di nuovo lui era tornato nella dimensione ideale e onirica. Vederlo ogni giorno,poi,scatenava ancora in lei quella sensazione cui non poteva dare un nome. Non l’aveva mai chiamata amore,era piuttosto un’enorme attrazione multiforme. Che comunque le sembrava amore. Da quando aveva smesso,non era più felice. Sentiva un vuoto enorme,non aveva più stimoli,si sentiva brutta e di nuovo insignificante. Il suo compagno percepiva il cambiamento,che lei cercava di giustificare con gli ormoni impazziti. 

Tutta questa storia l’aveva fatta riflettere. Sulla sua relazione,su se stessa,sui suoi reali desideri per il futuro. Capì,quindi,che non sapeva più cosa volesse davvero. Un figlio? Laurearsi? Viaggiare? Fuggire…? 

Si sentiva in una gabbia,e sbattere le ali sul ferro le faceva male. 

Si chiedeva perché tutti intorno a lei sembravano realizzati o in procinto di. E perché lei,invece,a quasi quarant’anni sembrava non aver concluso nulla. 

Forse proprio perché non riusciva a stare nello stesso posto per più di qualche tempo. Perché se agli altri non piaceva la routine,a lei la routine la uccideva. 

Il giorno dopo era buio quando si svegliò. 

Per questo decise che era il momento giusto per andar via.

Senza meta. Lo sognava da quando da piccola litigava con i suoi. Lo desiderava da tanto. Stare da sola. Veramente. Questo voleva in quel momento. Per ascoltare il suo vero io. Quello senza costrizioni,e lontano dal giudizio altrui. 

Cosa sarebbe avvenuto dopo? Sarebbe mai tornata? Sarebbe mai tornata come prima?

Tramontana

Oggi è stato il primo giorno di freddo vero. Tramontana. Aspettare l’autobus all’ombra,alle 8 del mattino,non è stato gradevole. Ma la condizione favoriva l’osservazione di ciò che mi circondava. Di chi,mi circondava. 

Vedere tutti quei ragazzi che vanno all’università, e pensare banalmente a quanti sogni possano avere, alle loro aspirazioni, al loro futuro. Ho sorriso guardando un ragazzo e una ragazza che si tenevano per mano. Pensavo, non sapete quante volte ancora vi innamorerete. Quante persone diverse vi saranno accanto. Adesso sembra tutto “per sempre”. Ma siete così tanto giovani…

Una ragazza ha attirato la mia attenzione. Avrà avuto 20 anni, e ovviamente neanche l’ombra di una ruga. Una pelle liscia e soda. E capelli sicuramente non tinti. Ed ho pensato, ma anch’io ero così? No, credo di aver avuto sempre le rughe, e sempre i capelli bianchi. Solo che da giovane non ci facevo caso. Non vedevo nulla se non la mia freschezza. Chissà se quella ragazza pensa mai al fatto che quel volto perfetto non sarà così “per sempre”? 

Una volta scesa, alla fermata del tram, una donna molto anziana, cappotto rosso e stivaletti, mi è passata accanto, e mi ha strattonata per farsi strada. Lievemente,nulla per cui arrabbiarsi. Si agitava un po’ e parlava da sola. Ecco, ho pensato che a una “certa età” credi di doverti imporre sugli altri con più decisione,anche fisica,perché sei vecchio, e ti è dovuto. Oppure perché sei debole,e gli altri devono accettare il tuo fare invadente,che è soltanto una forma di difesa. Ho pensato che quando sarò così parlerò da sola,strattonerò,borbotterò contro i giovani e la società che non riconoscerò più. 

Un pensiero triste. Così ho deciso di godermi i miei trentaquattro anni, di godermi il sole e l’amore, finché posso riconoscerne l’importanza. 

E non si deve essere né troppo giovani né troppo vecchi,per poterlo fare. 

Felicità inutile 2

“No,non ci credo..sta succedendo sul serio. Ora!! Pazzesco, e non potrò raccontare a nessuno tutta questa follia!!!”

La reazione di Luisa all’annuncio del comandante. “Signore e signori, è il comandante che vi parla. Sono immensamente dispiaciuto, ma abbiamo una grave avaria a bordo e non posso ancora quantificare il danno reale. Vi prego solo di restare calmi, ai vostri posti, allacciare le cinture e togliere le scarpe,poiché potremmo dover effettuare un ammaraggio. Gli assistenti di volo sono nella vostra stessa situazione, ma vi aiuteranno in caso di necess..”.

La comunicazione s’interruppe, le luci si spensero, l’aereo s’inclinò ancora, virò di 90 gradi, tutti urlavano e piangevano, e tutti sparirono nel Mar Mediterraneo, il bellissimo Mar Mediterraneo. 

Luisa aveva sempre pensato, ma mai sperato, che la sua vita sarebbe finita così, per colpa di un aereo. 

Per anni i suoi voli erano stati pieni di alcol e psicofarmaci, confusi, ma indimenticabili nonostante la mancanza di lucidità. 

Aveva volato verso Parigi in compagnia di 4 amari a stomaco vuoto,incazzandosi e biascicando con le hostess che le offrivano acqua: “Maddateme a bbira, porcshrmdhsm”, e cantando stonata e scappando dalla metro una volta scesa. Una fermata a caso. Ché doveva pisciare.

Aveva preso un tavor per un volo di 45 minuti, dimenticando tutto quello che aveva fatto il primo giorno di vacanza. 

Aveva pure sorvolato il Brasile lamentando la mancanza di whiskey nel bicchiere durante una forte turbolenza.

Si era sempre divertita,in fondo. E ad ogni atterraggio diceva “E pure ‘stavolta mi sono salvata”.

Quando si trovò in quella situazione,nei momenti prima di morire,non era infelice,né terrorizzata. Per la prima volta affrontava un volo completamente sobria. Aveva pensato che fosse giunta l’ora di farlo. Doveva pur combatterle,le sue paure. 

Fu così che assaporò ogni istante di quella folle discesa,e riuscì anche a vedere i tratti degli altri sventurati passeggeri cambiare,diventando maschere orrendamente sfigurate. Fu così che la morte le sembrò leggera,forse risolutiva,quasi appagante. 

L’impatto fu così forte che non si accorse del dolore. Da 100 a zero senza soffrire. Si ritenne fortunata,ed accettò così quella fine,ridendo nel profondo,pensando a chi la scherniva per il suo terrore del volo. 

 

Felicità inutile

“Luca,abbassi per favore???” A volume improponibile,guardava quei video che tanto lo affascinavano. L’11 settembre è una bufala,la massoneria governa il mondo ed Amy Winehouse è stata uccisa dagli Illuminati. Di questo viveva Luca. Dopo il lavoro,passava il suo tempo a cercare il pelo nell’uovo in ogni avvenimento storico o di attualità più o meno recente. “Non ti sento”, rispondeva a sua sorella. E continuava.

La sua famiglia era preoccupata ma non troppo. Oh,era grande e grosso,del suo tempo libero disponeva in autonomia. Cioè, poteva fare quel cazzo che gli pareva! 

Un pomeriggio qualunque, seduto alla sua scrivania piena di fogli stracciati e scarabocchiati, guardava un video girato in una fabbrica americana, dove sembrava si producessero microchip,quelli che prima o poi, e lui lo sapeva, tutti avremmo dovuto per forza farci impiantare sotto pelle,per poter essere controllati completamente dai poteri forti. 

Era talmente preso che non sentì il portone di casa cadere giù, non sentì le urla di sua madre che gridava aiuto,il rumore dei piatti a terra. Era così immerso nella sua idea di complotto che quando lo presero in tre alle spalle e gli misero in bocca uno straccio e lo portarono via, pensò allo scherzo dei suoi amici,che preferivano scopare in giro anziché perdere le giornate al computer. 

Quando si ritrovò in un liquido che non conosceva, ancora vivo, vedeva attorno a sé soltanto immagini sfocate, di persone che lo guardavano morire ridendo. Lo avevano avvisato, gli avevano detto che connettersi a certi siti era pericoloso. Ma lui no,lui era certo che nessuno gli avrebbe mai fatto del male.

E mentre spariva nell’acido era contento. Aveva ragione. Non era un complottista. Fanculo a tutti. Aveva capito che il marcio esisteva davvero. La sua fine di merda ne era la dimostrazione.

2053

Era il baule dei suoi ricordi. Aveva conservato ogni frammento delle sue esperienze. Anche gli scontrini,pur sapendo che avrebbero perso inchiostro, e quindi identità. 

Sua nipote la guardava con curiosità mentre apriva quel prezioso,e curioso, scrigno. 

“Zia, cosa c’è dentro?” “C’è tutto”,rispose. “Come in un microchip?” “Più o meno. Solo che queste cose puoi toccarle, sentirne l’odore. Se vuoi puoi dar loro fuoco o sputarci sopra!” Sua nipote,figlia di un’epoca dove gli interni delle case erano ridotti al minimo,dove si usava un pulsante per tutto,dove persino le penne erano ormai una rarità,la ascoltava come nel 2016 si ascoltava un vinile. Stessa ammirazione,ma anche stessa pena per i tempi andati.Così “difficili”. 

Sfogliarono insieme qualcuno dei diari di Sara. Ne aveva scritti almeno 15,dall’adolescenza fino ai 30. Non si soffermarono troppo sui dettagli. Lessero anche delle poesie, e risero tanto. Perché tutto sembrava ormai così stupido,superficiale.. e invece quando Sara le aveva scritte aveva un mondo,dentro,che le sembrava profondo e adulto.

“Non esiste più nulla di tutto questo”spiegò Sara a sua nipote. “Un tempo si scriveva, a mano, su un foglio di carta. Che se non ti piaceva quel che avevi scritto lo buttavi. Che se però non volevi strapparlo cancellavi le parole con la penna. E così restava la traccia dell’errore. E magari potevi in futuro ricordarti cosa avevi sbagliato, o solo voluto eliminare,e forse anche il perché. Il ricordo. Forse è il ricordo, che non esiste più. Adesso ogni pensiero ha voce nell’immediato. Quello che fai o che dici lo condividi subito con tutti. E non hai il tempo per ricordare. Perché le azioni sono troppe, i pensieri pochi.” 

“Sai cosa vuol dire spedire una lettera? Ne hai mai sentito parlare?” Anna rispose di no. “Una volta esisteva la posta. Non quella elettronica,quella vera! Tu scrivevi uno,due,dieci fogli. Li mettevi in una busta,che era carta che poteva contenere altra carta. Poi mettevi questa busta in una cassetta. Il postino la prendeva e la portava all’indirizzo che volevi tu. E quando scrivevi e spedivi..non passava un giorno che tu non controllassi la tua,di cassetta. Purtroppo non conoscerai mai l’ansia dell’attesa. La sorpresa nel ricevere una lettera. La gioia,la curiosità. Perché l’attesa accresce il desiderio.”

“Hai ragione,zia. Infatti quasi non capisco di cosa stai parlando”. Rise. E Sara pensò che anche il congiuntivo era scomparso. Troppo macchinoso. Poi rise pure lei. Rise cauta,occhi lucidi e nodo alla gola.Era lei ad aver pena per sua nipote. E pensare che ai suoi tempi avrebbe voluto vivere in un’epoca passata,come in quel vecchio film,dove un uomo viaggiava nel tempo e tornava in una favolosa Parigi anni 20,30…1900..ormai un’epoca preistorica. 

Trovarono delle foto. Anna ne aveva già viste,prima. “Pensa,un tempo le foto le facevi con una macchinetta dalla quale non potevi vedere come fossero venute. Cioè,dovevi aspettare che le sviluppasse il fotografo. E allora speravi che fossero decenti,ma spesso non lo erano,e allora un po’ ti arrabbiavi,e un po’ dicevi chi se ne frega,quando ho fatto le foto era un bel momento. E quello ti restava,anche se le immagini erano mosse o sfocate.”

Anna guardava sua zia come fosse una creatura strana. Però non capiva se alla fine la strana fosse lei. Quella della generazione che non doveva fare più di un passo per ottenere ogni agio,quella che a scuola andava con solo un piccolo tablet,e che i compiti li faceva in dieci minuti, perché tutto era informatizzato. E quasi esisteva la telepatia con i “macchinari” che usava. 

Richiusero il baule,ma ad Anna rimase un piccolo vuoto dentro. Una piccola infelicità. Un po’ di voglia di scoprire quel che non aveva potuto conoscere,non per sua volontà. Nostalgia per un passato mai vissuto.