Ti ricordi?

Ti ricordi quando da piccola mi controllavi la gola e non sopportavo il cucchiaio sulla lingua? Ti ricordi quando avevo la febbre e mi costringevi ad ingerire quell’orrendo sciroppo? Dicevi “Ma sa di fragola!”, e invece a me faceva solo vomitare. E quando da grande, ipocondriaca, ti chiamavo, qualsiasi disturbo avessi e ti chiedevo cosa potesse essere? Tu mi rincuoravi, parlando in termini medici, ed io non potevo contraddirti. Ti ricordi quando Giulia è nata? Quant’era bella e tu dicevi che era una pastasciuttara? Avevi proprio ragione. Adesso, se sapessi come cucina la pasta…mangeresti soltanto la sua. Ti ricordi quando avevi clienti in studio, e io al piano di sopra ballavo e cantavo e ti disturbavo e tu mi sgridavi? Ti ricordi quando mi dicevi non guardare la tv da vicino, perché ti fa male? Ti ricordi, nonno? Io sì. Adesso ricordo. Quando ti vedo, tutto torna alla mente. E allora sono contenta, perché quello sarà ciò a cui penserò sempre. Non vedrò te su un letto, così magro, che a stento mi riconosci. Non vedrò te che ci chiedi dieci volte quali sono i nostri programmi per la giornata o se ci sono novità. Vedrò quel mio nonno forte, deciso, che era il capofamiglia di una volta, che amava la natura, la campagna. Vedrò il grande lavoratore che eri, che tutti i suoi pazienti stimavano. Perché tu, con una semplice visita diagnosticavi ciò che gli altri non vedevano. Con orgoglio dicevo a tutti “Mio nonno è un medico!”. Sarai sempre questo, per me. Vorrei che tu lo sapessi, ma se te lo dicessi te ne dimenticheresti subito.

Adesso che te ne sei andato, i ricordi sembrano ancora più nitidi. Ed io penso che avrei ancora bisogno di un tuo consiglio, di parlare con te, che sorridevi dei miei problemi di bambina, ma comunque sapevi darmi una parola di conforto, o solo un sorriso sincero, che mi risollevava. Mi chiedo, nonno, se tu, che eri tanto agnostico, adesso vaghi in un altro mondo, cercando di capire se quel che ti dicevano i preti che tanto odiavi fosse vero, se il paradiso e l’inferno esistano. Dove sei? Io ti sento più vicino di prima, ora per me sei ovunque. È una sensazione che mi accompagna da quando ti ho visto lì, esanime per sempre. La morte è stupida, nonno. E tu che eri un medico lo sai. La morte è un corpo che non si muove, è una persona che diventa solo un oggetto. È la speranza che esista un aldilà, che esista un’anima che possa ancora vivere, altrove, con altre fattezze. Ma non si sa finché non si muore. Perciò forse è stupido anche solo chiedersi che fine si faccia dopo. Mi sono resa conto solo ora di quanto ci hai lasciato, di quanto hai lavorato per il nostro futuro, e te ne sono grata in ritardo. Non si dice quasi mai grazie, si pensa che tutto sia scontato. Ma non è così.

Ti ricordo nel giardino, a dare l’acqua ramata, che mamma mi diceva che era pericolosa e allora io non ti potevo star vicina e ti osservavo da lontano ammirata.

Ti ricordo mentre rispondi al telefono ai tuoi pazienti, che si chiamano così forse perché hanno la pazienza di aspettare. Ma tu avevi tutta la pazienza di ascoltare ognuno, sempre con un sorriso.

Hai dato tanto, e tanti se ne ricorderanno per sempre.

Nonno, sono stata fortunata ad averti avuto accanto per tanto tempo. Mi manchi. E mi chiedo pure se adesso la tua testa si sia rimessa a posto, se la morte ti abbia ridato la lucidità, se ti ricordi tutto, se ti ricordi di me. Se mi vedi, se mi guardi, se magari a volte mi accompagni. O se non ci sei più, da nessuna parte. Ma solo dentro al mio, al nostro cuore.