Oh.

“L’ultima volta” pensava. “L’ultima volta che faccio qualcosa di impuro. Qualcosa di ingiusto. L’ultima trasgressione,poi metto la testa a posto”.

Questo diceva a se stessa,un attimo prima che le sue labbra sfiorassero quelle di Alessandro. Così si sentiva più leggera,meno sporca. Era conscia del fatto che un incontro non sarebbe bastato. E che ne avrebbero desiderati altri. Ma non poteva più,ormai,tornare al passato. Non poteva più sedare quella forza disarmante che la spingeva verso di lui. Lui che non le aveva mai detto di amarla. Ci mancherebbe. Mica la amava. Lui che non era mai chiaro con le parole,ma si faceva capire eccome con i gesti. La voleva e basta.

Le toccò i capelli,dolcemente. La baciò sul collo,la strinse forte,poi la guardò negli occhi,per capire,forse,se poteva spingersi oltre. Le difese di Elena erano ormai a zero. Quindi il suo sguardo non poteva essere di disapprovazione.

Per anni lo stargli vicino, da conoscente più che da amica, l’aveva destabilizzata. E nonostante fosse davvero innamorata del suo uomo,accanto a lui i suoi sensi agivano da soli. Una volta l’aveva baciata sulla guancia davanti ad altre persone,per farsi perdonare un piccolo dispetto. Dovette fuggire via subito,prima che notassero il rossore su quella guancia,e sull’altra.

Era stata lei a cominciare. Con dei messaggi, perché aveva deciso di fargli sapere cosa provasse. Come se avesse sentito di doversi sbrigare. Come se fosse dovuta morire il giorno dopo.

Aveva subito fatto mille passi indietro, perché, cazzo, non credeva che lui sarebbe stato così felice della sua confessione. Pensava che la odiasse, persino. Ma lei aveva bisogno di sentirsi ancora una donna, e desiderata, perché, si sa, dopo qualche anno il tuo uomo ti dà per scontata. Sì,certo. La solita giustificazione.

Nella stanza di quella casa, la casa di Alessandro, lei era sola con le sue paure ed i suoi sensi a battere dentro, ansiosi di potersi esprimere.

Assecondò quei bastardi, e finalmente si lasciò andare. Dopo essersi chiesta tante volte che sapore avesse, ora lo sentiva. Ora lo conosceva. Ed era…oh.

La sua delicatezza la calmò. Lui sapeva cosa fare e come farlo.

Aveva mentito anche a sua madre,per essere lì in quel momento. Ma certe esperienze voleva viverle ancora. Voleva sentirsi un’adolescente cretina in pena.

Il bacio,il primo bacio, dura sempre molto. Quello durò più di molto. Non c’era imbarazzo. Solo una voglia incredibile di scoprirsi, in ogni senso. Di arrivare fin dove nessuno si era mai spinto. Di diventare, anche se solo per una volta, un’unica poltiglia di carne e ossa.

Mentre la toccava, diceva che non poteva crederci. E sembrava chiederle scusa. Sapeva che per lei da quel momento sarebbe stato tutto complicato.

La passione cominciò allora ad essere soggiogata dalla razionalità.

“Se devo fermarmi, dimmelo. Ora”. “No” disse Elena. Un no che proveniva da sotto la pancia. Prese le sue mani e le spostò su di lei. Gli fece esplorare il suo corpo, guidandolo con fermezza, senza esitare. Sentì che il suo petto implodeva. Inevitabilmente furono nudi, con addosso solo il desiderio.

Quando Alessandro entrò in lei, Elena sussultò, come se fosse la prima volta. E in qualche modo era così, dopo tanti anni con lo stesso uomo.

Lentamente, i loro corpi si unirono in una danza sconosciuta ad entrambi. Non parlarono, tutto era solo un respiro all’unisono, tutto sembrava perfetto.

L’orgasmo la spaventò per la sua potenza. Ma era ovviamente durato tutto troppo poco. Doveva aspettarselo. Non era soddisfatta. La cazzata ormai era fatta. Doveva farla bene.

Come temeva, il buio le avvolse occhi e cervello. Accese subito la sigaretta che aveva preparato. Ma lui voleva abbracciarla, non voleva che finisse in quel modo. O almeno aveva la faccia di quello che non vuole una scopata senza un po’ d’affetto.

Fu allora che lo guardò con occhi diversi. E si rese conto di aver sbagliato. Ma già lo sapeva.

Era una merda, una troia, una traditrice, una grande stronza. Non si sarebbe mai più guardata allo specchio. E la sua vita…da quel momento sarebbe stata una menzogna.

Si girò verso la finestra, che aveva una brutta tenda rossa. Finì la sigaretta. Si voltò verso di lui e gli disse “Lo rifacciamo”.

Danica

Danica nacque molto tempo fa.

Non so chi fossero i suoi genitori, e so a malapena il suo anno di nascita. 1913. Chissà com’era realmente quel mondo. I libri di storia possono anche mentire. Io non c’ero, e se non vedo difficilmente credo.

Danica era la mia bisnonna. In tempo di guerra onorò un soldato mettendo la sua testa mozzata su un letto in casa sua. Carino, no? Specie per sua figlia, mia nonna, che quando ebbe le prime mestruazioni non ne sapeva nulla e pensava stesse morendo. Suo marito mio bisnonno pare giocasse e si giocasse tutta la paga, perdendola. Giocava a carte. E Danica passò gran parte della giovinezza a saldare debiti. Amava viaggiare, per lavoro e svago. E viaggiò fino a quando non scese da un autobus che le tranciò una gamba. Ecco, io me la ricordo così, sulla sedia a rotelle e con il moncone. Non ricordo di quando era tutta intera, e magari passeggiava con me. Ma so bene che quando ero piccola mi dava mille lire ogni volta che facevo il saluto fascista.

Negli anni, la sua forza sembrava aumentare. Faceva tutto da sola, a parte camminare. Una donna autonoma e vigorosa, con uno spirito invidiabile. Brillante, divertente. Però faceva sempre la vittima, provocando in tutti noi forti sensi di colpa. Poi era fredda, niente slanci affettuosi. Quando tornavo a casa, mentre salivo le scale per andare in camera, sentivo che mi chiamava “vacca”. Mi sembrava strano, dato che appena arrivata mi diceva invece “Bela de nona, vien qua che te vedo!”, con il suo accento mezzo veneto e mezzo croato. Al rientro da scuola, quando frequentavo il liceo, la trovavo a cucinare alici con pomodoro, cipolla, aceto, che lei faceva cuocere per delle ore, rendendo l’aria irrespirabile. Se ero fortunata, mi preparava mele cotte. E purtroppo anche banane con il cognac. Dovevo mangiarle per forza. Per rispetto, ovviamente.

Quando poi non fu più in grado di far tutto da sola, iniziammo con le badanti. Alla prima venne un aneurisma dopo due giorni con lei. Coincidenza, certo. Le altre resistettero di più.

A 90 anni desiderava ancora abitare da sola. Perché aveva i suoi impegni, i suoi amici, e con la sua famiglia si sentiva in galera. Andava dicendo che veniva trattata male, lo disse pure ai Carabinieri. Vagli a spiegare che non era vero niente.

Quando era sola, in un appartamento al sesto piano, riceveva molte visite. Spesso erano amiche suore, amici preti. Preparava loro pranzi e cene luculliani. Ed in quelle occasioni non voleva nessuno di noi a casa. Ci siamo sempre chiesti il perché, arrivando a pensare che ci fossero strani “traffici”, lì al sesto piano.

A pranzo e a cena Danica non poteva mangiare se non aveva il suo bicchiere di birra. E così è arrivata a 100 anni. Se non fosse stato per un problema cardiaco sarebbe rimasta da queste parti per qualche anno ancora.

Quando morì, tutti ne soffrimmo. Era unica. Le volevamo bene. E la sua assenza si sentì per diverso tempo, si sente ancora oggi.

Passando davanti a quella che era stata la sua stanza, quasi sembra di sentirla ancora pregare in serbo croato.

O dire vacca.