2053

Era il baule dei suoi ricordi. Aveva conservato ogni frammento delle sue esperienze. Anche gli scontrini, pur sapendo che avrebbero perso inchiostro, e quindi identità.

Sua nipote la guardava con curiosità mentre apriva quel prezioso, curioso, scrigno.

“Zia, cosa c’è dentro?” “C’è tutto”, rispose. “Come in un microchip?” “Più o meno. Solo che queste cose puoi toccarle, sentirne l’odore. Se vuoi puoi dar loro fuoco o sputarci sopra!” Sua nipote, figlia di un’epoca dove gli interni delle case erano ridotti al minimo, dove si usava un pulsante per tutto, dove persino le penne erano ormai una rarità, la ascoltava come nel 2016 si ascoltava un vinile. Stessa ammirazione, ma anche stessa pena per i tempi andati. Così “difficili”.

Sfogliarono insieme qualcuno dei diari di Sara. Ne aveva scritti almeno 15, dall’adolescenza fino ai 30. Non si soffermarono troppo sui dettagli. Lessero anche delle poesie, e risero tanto. Perché tutto sembrava ormai così stupido, superficiale…e invece quando Sara le aveva scritte aveva un mondo, dentro, che le sembrava profondo e adulto.

“Non esiste più nulla di tutto questo” spiegò Sara a sua nipote. “Un tempo si scriveva, a mano, su un foglio di carta. Che se non ti piaceva quel che avevi scritto lo buttavi. Che se però non volevi strapparlo cancellavi le parole con la penna. E così restava la traccia dell’errore. E magari potevi in futuro ricordarti cosa avevi sbagliato, o solo voluto eliminare, e forse anche il perché. Il ricordo. Forse è il ricordo, che non esiste più. Adesso ogni pensiero ha voce nell’immediato. Quello che fai o che dici lo condividi subito con tutti. E non hai il tempo per ricordare. Perché le azioni sono troppe, i pensieri pochi.”

“Sai cosa vuol dire spedire una lettera? Ne hai mai sentito parlare?” Anna rispose di no. “Una volta esisteva la posta. Non quella elettronica, quella vera! Tu scrivevi uno, due, dieci fogli. Li mettevi in una busta, che era carta che poteva contenere altra carta. Poi mettevi questa busta in una cassetta. Il postino la prendeva e la portava all’indirizzo che volevi tu. E quando scrivevi e spedivi…non passava un giorno che tu non controllassi la tua, di cassetta. Purtroppo non conoscerai mai l’ansia dell’attesa. La sorpresa nel ricevere una lettera. La gioia, la curiosità. Perché l’attesa accresce il desiderio.”

“Hai ragione,zia. Infatti quasi non capisco di cosa stai parlando”. Rise. E Sara pensò che anche il congiuntivo era scomparso. Poi rise pure lei. Rise cauta, occhi lucidi e nodo alla gola. Era lei ad aver pena per sua nipote.

Trovarono delle foto. Anna ne aveva già viste, prima. “Pensa, un tempo le foto le facevi con una macchinetta dalla quale non potevi vedere come fossero venute. Cioè, dovevi aspettare che le sviluppasse il fotografo. E allora speravi che fossero decenti, ma spesso non lo erano, e allora un po’ ti arrabbiavi e un po’ dicevi chi se ne frega, quando ho fatto le foto era un bel momento. E quello ti restava, anche se le immagini erano mosse o sfocate.”

Anna guardava sua zia come fosse una creatura strana. Però non capiva se alla fine la strana fosse lei. Quella della generazione che non doveva fare più di un passo per ottenere ogni agio.

Richiusero il baule, ma ad Anna rimase un piccolo vuoto dentro. Una piccola infelicità. Un po’ di voglia di scoprire quel che non aveva potuto conoscere, non per sua volontà. Nostalgia per un passato mai vissuto.

Farsi male

Adoro ottenerti con denaro, come si fa con una puttana, che si offre per pochi minuti di delizia

Mi piace vedere che t’infiammi, con le mie voluttuose movenze muliebri, e che ti smorzi,poi,senza lagnarti

Amo scagliarti al vento, appena sfamata dal tuo transitorio servigio

Detesto pensare che pago per farmi male

Ma non posso evitarti, neanche quando il collasso mi fa trascurare che esisti

Sei il primo dannato pensiero delle mie sonnolente mattine, e l’ultimo prima che a Morfeo mi regali

Sei l’incubo della morte che piomberà, celere e prematura

Se ciò il fato vorrà, a te non dovrò dar la colpa

Perché sono io a desiderarti, io a cercarti,io a non volerti abbandonare.