Cose

Vi fa schifo se scrivo qualcosa sul ciclo? Vabbè, non me ne frega niente. Chi mi conosce sa che sono mestruo-centrica.

E vi giuro, preferirei non esserlo.

Voglio scrivere a quelle che il ciclo se lo scordano, che col ciclo fanno tutto quel che fanno normalmente, e che la sindrome premestruale non sanno neanche distinguerla da un’influenza.

E voglio scrivere in onore di quelle che soffrono, s’incazzano, mangiano a sbafo e vorrebbero morire, prima e durante. Come me.

Sì, perché sarà anche naturale, ma io non lo accetto, e mai lo farò. Mi impressiono ancora quando vado al bagno, una settimana prima divento un mostro insopportabile, e ritengo sia ingiusto dover soffrire così tanto quando gli uomini non hanno un corrispettivo dolore mensile. E se ce l’hanno, fatemelo sapere e ritiro quest’ultima affermazione.

Io non lo sopporto, perché non ho figli, e se non ne dovessi avere mai avrò sofferto per anni inutilmente. Allora dico a voi donne forti, donne vere, donne col ciclo finto:vi invidio, anzi vi ammiro, siete fantastiche, ogni uomo vi vorrebbe accanto. Ma quando vi dico, sbagliando, che io invece sto male e a volte non mi muovo per la debolezza che mi provoca…vi prego, non ditemi che voi invece no. A volte bastano un “mi dispiace”, una pacca sulla spalla o un “che ti frega, qualche giorno e passa”. Anche se, di solito, poi ritorna.

Poi

Piegò la tovaglia per bene, anche se la tovaglia è uno di quegli oggetti che usi e riusi e sembra inutile tenerla in ordine.

Accese la candela profumata, poi la sigaretta puzzolente.

Non voleva andare a letto. Non ancora. Sapeva che poi l’avrebbe sognato e ormai si sentiva in colpa anche dei suoi sogni.

Da due settimane non si baciavano. Si sfioravano solo, quando nessuno poteva credere che fosse intenzionale. Le mancava moltissimo, ma ormai aveva fatto una scelta. Aveva deciso di dare un’opportunità al suo rapporto. Perché lui se la meritava sul serio. Lei doveva finirla con l’altro. Almeno per un po’. Almeno fino alla successiva crisi.

Da quando aveva deciso di smettere, di nuovo lui era tornato nella dimensione ideale e onirica. Vederlo ogni giorno, poi, scatenava ancora in lei quella sensazione cui non poteva dare un nome. Non l’aveva mai chiamata amore, era piuttosto un’enorme attrazione multiforme. Che comunque le sembrava amore. Da quando aveva smesso, non era più felice. Sentiva un vuoto enorme, non aveva più stimoli, si sentiva brutta e di nuovo insignificante. Il suo compagno percepiva il cambiamento, che lei cercava di giustificare con gli ormoni impazziti.

Tutta questa storia l’aveva fatta riflettere. Sulla sua relazione, su se stessa, sui suoi reali desideri per il futuro. Capì che non sapeva più cosa volesse davvero. Un figlio? Laurearsi? Viaggiare? Fuggire?

Si sentiva in una gabbia e sbattere le ali sul ferro le faceva male.

Si chiedeva perché tutti intorno a lei sembrassero realizzati o in procinto di. E perché lei, invece, a quasi quarant’anni sembrava non aver concluso nulla.

Forse proprio perché non riusciva a stare nello stesso posto per più di qualche tempo. Perché se agli altri non piaceva la routine, a lei la routine la uccideva.

Il giorno dopo era buio quando si svegliò.

Per questo decise che era il momento giusto per andar via.

Senza meta. Lo sognava da quando da piccola litigava con i suoi. Lo desiderava da tanto. Stare da sola. Veramente. Questo voleva in quel momento. Per ascoltare il suo vero io. Quello senza costrizioni, lontano dal giudizio altrui.

Cosa sarebbe avvenuto dopo? Sarebbe mai tornata? Sarebbe mai tornata come prima?

Tramontana

Oggi è stato il primo giorno di freddo vero. Tramontana. Aspettare l’autobus all’ombra, alle 8 del mattino, non è stato gradevole. Ma mi sono riscaldata osservando ciò che mi circondava. Chi, mi circondava.

Vedere tutti quei ragazzi che vanno all’università e pensare banalmente a quanti sogni possano avere, alle loro aspirazioni, al loro futuro. Ho sorriso guardando un ragazzo e una ragazza che si tenevano per mano. Pensavo, non sapete quante volte ancora vi innamorerete. Quante persone diverse vi saranno accanto. Adesso sembra tutto “per sempre”. Ma siete così tanto giovani…

Una ragazza ha attirato la mia attenzione. Avrà avuto 20 anni e ovviamente neanche l’ombra di una ruga. Una pelle liscia e soda, capelli sicuramente non tinti. Ho pensato, ma anch’io ero così? No, credo di aver avuto sempre le rughe e sempre i capelli bianchi. Solo che da giovane non ci facevo caso. Non vedevo nulla se non la mia freschezza. Chissà se quella ragazza pensa mai al fatto che quel volto perfetto non sarà così ancora per molto?

Una volta scesa, alla fermata del tram, una donna anziana, cappotto rosso e stivaletti, mi è passata accanto e mi ha strattonata per farsi strada. Lievemente, nulla per cui arrabbiarsi. Si agitava un po’ e parlava da sola. Ecco, ho pensato che a una “certa età” credi di doverti imporre sugli altri con più decisione, anche fisica, perché sei vecchio e ti è dovuto. Oppure perché sei debole e gli altri devono accettare il tuo fare invadente, che è soltanto una forma di difesa. Ho pensato che quando sarò così vecchia parlerò da sola, strattonerò, borbotterò contro i giovani e la società che non riconoscerò più.

Un pensiero triste. Quindi ho deciso di godermi i miei trentaquattro anni, di godermi il sole e l’amore, finché posso riconoscerne l’importanza.

E non si deve essere né troppo giovani né troppo vecchi, per poterlo fare.

Felicità inutile 2

“No,non ci credo..sta succedendo sul serio. Ora! Cazzo, non potrò raccontarlo a nessuno!

La reazione di Luisa all’annuncio del comandante. “Signore e signori, è il comandante che vi parla. Sono immensamente dispiaciuto, ma abbiamo una grave avaria a bordo e non posso ancora quantificare il danno reale. Vi prego solo di restare calmi, ai vostri posti, allacciare le cinture e togliere le scarpe, poiché potremmo dover effettuare un ammaraggio. Gli assistenti di volo vi aiuteranno in caso di necess”.

La comunicazione s’interruppe, le luci si spensero, l’aereo s’inclinò ancora, virò di 90 gradi, tutti urlavano e piangevano, tutti sparirono nel Mar Mediterraneo, il bellissimo Mar Mediterraneo.

Luisa aveva sempre pensato, ma mai sperato, che la sua vita sarebbe finita così, per colpa di un aereo.

Per anni i suoi voli erano stati un mix di alcol e psicofarmaci, confusi, ma indimenticabili nonostante la mancanza di lucidità.

Aveva volato verso Parigi in compagnia di 4 amari a stomaco vuoto, incazzandosi e biascicando con le hostess che le offrivano acqua: “Maddateme a bbira, porcshrmdhsm” e cantando stonata e scappando dalla metro una volta scesa. Una fermata a caso. Ché doveva pisciare.

Aveva preso un tavor per un volo di 45 minuti, dimenticando tutto quello che aveva fatto il primo giorno di vacanza.

Aveva pure sorvolato il Brasile lamentando la mancanza di whisky nel bicchiere durante una forte turbolenza.

Si era sempre divertita, in fondo. E ad ogni atterraggio diceva “E pure ‘stavolta mi sono salvata”.

Quando si trovò in quella situazione, poco prima di morire, non era infelice, né terrorizzata. Per la prima volta affrontava un volo completamente sobria. Aveva pensato che fosse giunta l’ora di farlo. Doveva pur combatterle, le sue paure.

Fu così che assaporò ogni istante di quella folle discesa e riuscì anche a vedere i tratti degli altri sventurati passeggeri cambiare, diventando maschere orrendamente sfigurate. Fu così che la morte le sembrò leggera, forse risolutiva, quasi appagante.

L’impatto fu così forte che non si accorse del dolore. Da 100 a zero senza soffrire. Si ritenne fortunata ed accettò così quella fine, ridendo nel profondo, pensando a chi la scherniva per il suo terrore del volo.

Felicità inutile

“Luca,abbassi per favore???” A volume improponibile guardava quei video che tanto lo affascinavano. L’11 settembre è una bufala, la massoneria governa il mondo ed Amy Winehouse è stata uccisa dagli Illuminati. Di questo viveva Luca.”Non ti sento”, rispondeva a sua sorella. E continuava.

La sua famiglia era preoccupata ma non troppo. Oh, era adulto, del suo tempo libero disponeva in autonomia. Cioè, poteva fare quel cazzo che gli pareva.

Un pomeriggio qualunque, seduto alla sua scrivania piena di fogli stracciati e scarabocchiati, guardava un video girato in una fabbrica americana, dove sembrava si producessero microchip, quelli che prima o poi, lui lo sapeva, tutti avremmo dovuto per forza farci impiantare sotto pelle, per poter essere controllati completamente dai poteri forti.

Era talmente preso che non sentì il portone di casa cadere giù, non sentì le urla di sua madre che gridava aiuto, il rumore dei piatti a terra. Ma quando lo presero in tre alle spalle e gli misero in bocca uno straccio e lo portarono via si sentì onnipotente.

Si ritrovò immerso in un liquido che non conosceva, ancora vivo, vedeva attorno a sé soltanto immagini sfocate, di persone che lo guardavano morire ridendo. Lo avevano avvisato, gli avevano detto che connettersi a certi siti era pericoloso. Ai complotti ci credeva, ma chissà perché in qualche modo era certo che nessuno gli avrebbe mai fatto del male.

Mentre spariva nell’acido era contento. Aveva ragione. Non era un complottista. Fanculo a tutti. Aveva capito che il marcio esisteva davvero.

La sua fine di merda ne era la dimostrazione.