Dimensioni


Guarda se non perdo il treno. No, ce la faccio, dai. Ele calmati, per favore. Sì sì ecco, sto bene, ma tanto io sono così. È l’ansia. Salgo e penso sicuramente al mio posto sarà seduto qualcun altro. “Signora mi scusi, questo sarebbe il mio posto…” Ma poi perché non dire “è” il mio posto? Questa paura maledetta di importunare il mondo. “Può farmi vedere il biglietto?” Eh no, mica sei più un “controllore”. “Grazie, grazie mille. Sì, il treno non è questo, parte tra dieci minuti dal binario sei, deve andare”. Niente, proprio non ce la fai a farti i cazzi tuoi.

Mi siedo e accendo il pc. Partiamo. Arriverò a Milano in tempo per la cena, ma non so se mangerò, forse non mi andrà. Da quando sono sola il cibo è l’ultima preoccupazione. Sono nel posto corridoio, ma solo perché non voglio dar fastidio se devo andare in bagno. Io devo sempre andare in bagno.

Mi alzo e vado. Cammino e lo vedo. Lui è lì a leggere. Qualche capello in meno, gli occhiali giusto in equilibrio sul naso prominente, le mani su un libro di cui non riesco a leggere il titolo. Lo vedo e non ce la faccio a fermarmi, le gambe proseguono verso il bagno. La reazione è ovvia. Mi guardo allo specchio e piango. Sono passati più di tre anni dall’ultima volta che non ha negato la mia esistenza. Ho provato a dimenticare, chiaro che l’ho fatto, ma è stato inutile cercare di cancellare le emozioni che in breve tempo mi aveva appiccicato addosso.

Esco e decido di pensare. La prima fermata è Firenze, tra un’ora. Se scendesse lì avrei il tempo di chiedergli almeno come stai. Sempre che lui mi riconosca o non faccia ancora finta di non vedermi. Dal mio posto riesco a vedere solo la punta dei suoi piedi lunghi e un pezzetto di testa. Non ci credo, dopo tutto questo tempo lo rivedo così, avrei detto paranormale, anni fa, ma invece non c’è niente di strano, prima o poi ci si incontra di nuovo. Peccato che il tempo non abbia ancora guarito nessuna ferita. Sono rimaste tutte qui a sanguinare.

“Claudio.” Alza gli occhi dal libro. Fa un balzo indietro, come mi aspettavo.

Ciao come stai dove vai ma quanto tempo io bene sono sposato ho una figlia lavoro a Milano e tu invece no io non sono sposata e non ho figli lavoro a risorse umane e frequento una persona ma non è vero.

L’imbarazzo cala su entrambi. Ci salutiamo da colleghi e per il resto del viaggio non ci vediamo. Scesi dal treno provo a seguirlo con lo sguardo, lo seguo nella sua camminata sempre un po’ barcollante. Spero si giri un momento, solo un momento a guardarmi, a cercarmi, ma no. La tentazione di scrivergli è forte, anche se non so nemmeno se abbia cambiato numero. Da lontano vedo sua moglie e la bambina andargli incontro. Ormai tutto sarebbe inutile e superfluo. Era già finita ancor prima di cominciare, già più di tre anni fa. Sono felice per lui e sto bene. Sì sto bene. Le mie domande continueranno a restare senza risposta, ma non dovrò affrontare nessuna verità diversa dall’evidenza.

“Va bene così?”

“Sì Eleonora, la prima parte dell’esercizio è terminata, adesso passiamo al secondo livello, il più complesso: andare avanti”.