Cerchio

Si sveglia e si accorge all’istante della sua inquietudine, quella che ogni tanto la fa vagare per casa senza scopo e le fa dimenticare il perché si trovi in una o nell’altra stanza. Magari per sistemare i panni nell’armadio o pulire il bidet o forse cercare qualche documento?

La sua organizzazione domestica si nota appena entrati. Everything in its right place. Ogni oggetto ha un senso, un suo verso che sempre quello deve restare. I colori sono perfettamente calibrati e abbinati. Disturbi ossessivo-compulsivi piuttosto evidenti. Inoltre, più che la casa di una quarantenne sembra quella di una bambina, ma a lei così piace. Il suo mondo esteriore irradia molta luce, è ordinato e senza fronzoli inutili, seppur pieno. Come il suo mondo dentro, che però negli ultimi tempi ha perso qualche raggio.

Decide di strimpellare la chitarra sgangherata che le ha regalato sua sorella. Suonandola quasi per scherzo, ha iniziato a rendersi conto che riesce almeno ad accompagnare la sua voce, finalmente può cantare ciò che vuole e non deve più aspettare che i suoi amici suonino per lei.

Chiedendosi di cosa possa aver bisogno per calmarsi, escludendo la birra perché non è neanche mezzogiorno, crede che ciò che le serve sia uscire, semplicemente. Da sola, in un pomeriggio di agosto, a raccogliere per le strade della città idee e spunti di riflessione. Le mancano le sue passeggiate solitarie, il treno, il cappuccino caldo alla stazione. È abituata a vivere in completa sintonia con la routine cittadina, nonostante abiti in provincia, oppure la ama proprio per questa ragione.

I suoi le sconsigliano di uscire a quell’ora, suo padre le chiede quando pensa di tornare. Eh no cazzo, ho quarant’anni, non scherziamo. “Non lo so, quando mi sarò stancata di girare”.

Dopo l’immancabile sosta in libreria, sente che è arrivato il momento di tornare nel luogo dove tutto è iniziato quasi due anni prima.

Lo scendere a quella fermata la emoziona e le fa ripercorrere quei momenti irripetibili e lontani. Ormai ha un’altra vita, ha intrapreso un’altra strada, sa che è ora di chiudere definitivamente, ma per farlo sul serio deve tornare al principio.

Perché il cerchio è fatto così.

Scatta qualche foto per le vie di uno dei suoi quartieri preferiti, a Roma si sente più turista dei turisti veri. È fortunata a non esser troppo distante dalla città, se ci abitasse forse noterebbe più i difetti che il resto.

Entrando nel locale nota che è praticamente vuoto. La barista si stupisce del fatto che non voglia un tavolo all’esterno. Crede preferisca restare dentro per via dell’aria condizionata, ma lei non sa che Laura la detesta. Deve sedersi esattamente lì, deve poter rivedere quella scena con la consapevolezza di oggi. Senza sorprese, perché conosce ogni dettaglio della storia. La sua birra questa volta sarà una soltanto e per giunta piccola. Sarà l’ultima per un po’ di tempo.

Va in bagno. Si rimette il rossetto sapendo che questa volta nessuno glielo toglierà. Torna al posto e lo vede, accanto a lei, impaziente ed emozionato. La prende un po’ in giro e la guarda. Sanno entrambi come andrà a finire. O meglio a cominciare.

Una volta uscita non le gira la testa, i battiti sono regolari nella loro innata tachicardia. Non si nasconde dietro l’angolo per tenerlo ancora vicino a sé senza farsi vedere dal resto del mondo. Questa volta fuma lentamente una sigaretta, poi va dritta verso la stazione.

A casa si sente meglio, l’inquietudine è sparita. Non ha più bisogno di bere per dimenticare qualcosa che dimenticare è impossibile. Ora lo sa.

Finalmente ha di nuovo voglia di ballare. Legge per almeno un’ora. La sera scrive, dopo mesi di totale vuoto creativo.

In fondo, pensa, c’è poco da creare, quando si parla di se stessi.

Ma almeno è un inizio.

L’ing.

Quando si fissa, l’ing. si fissa. E non c’è niente, ma proprio niente, che da quella fissa lo possa distogliere.

Il pensiero è martellante, annebbiante, lo prende e non lo molla, mai fino a quando l’obiettivo non è raggiunto.

La vede per la prima volta in quel pub a Monti, quel posto che lui conosce bene, dove si beve e basta, perché se devi bere una birra, che c’entrano le patatine e le noccioline e le manfrine?

Allora pensa ma non l’avevo mai vista, come può essere? Chiede di lei e gli dicono “viene da Dublino, è un cimelio, è un porta sfortuna, ti ci siedi e muori”.

Sì, maddai. Sfortuna, fortuna, mica esistono. Credenze popolari superflue e dannose. Poi dici perché il mondo funziona così male.

Però quant’è bella. Quanto sembra comoda. È verde e viola, tutta legno e velluto. E lui la desidera.

La ottiene nel modo più semplice. La compra. Perché tanto vale darla a qualcuno, perché tanto nessuno ci si vuol sedere, a che serve in un pub una sedia dove non si possano poggiare le chiappe?

La porta a casa e la ammira per ore. Perde una giornata di lavoro ma non fa niente, vuole guardarla e accarezzarla.

Non la userò. Non subito.

L’ing. è cattivo. Sociopatico. Anaffettivo. Non gli frega un cazzo di nessuno, e allora pensa questa sedia è maledetta? Beh, io vi dirò che invece è santa, benedetta e porta solo bene. Voi ci crederete perché siete una massa informe di sciocchi, così vediamo se è vero che ammazza le persone.

La conduce fino a un incrocio sempre trafficato.

-Prego signora, perché aspettare lì in piedi che il semaforo diventi verde? Prego prego, senta che morbidezza, guardi che linea, viene da lontano questa meraviglia, Lei ha l’onore di provarla per prima.

La signora non è che sia proprio convinta, ma si siede, perché è già stanca alle 8 del mattino, e non è neanche tanto giovane.

-Lo sa, questa sedia, o meglio quasi poltrona, è magica. Le porterà fortuna, vedrà. Poi però me lo dovrà far sapere se le succederà qualcosa di bello, ecco il bigliettino. Non voglio soldi, no, ne ho abbastanza, io sono un ing.

Su ventiquattro persone, due gli sputano addosso, quattro lo mandano a quel paese, sei gli dànno una moneta, tre pensano sia una nuova trovata pseudo-religiosa tipo siediti e vedrai la luce, ma nove, ben nove lo fanno. La provano, e tutti contenti attraversano la strada con in tasca il bigliettino e tante speranze.

Nei giorni a venire nessuno lo chiama, nessuno lo cerca per ringraziarlo, neanche per lanciargli ingiurie, pensa allora sono morti sul serio.

Ma no, ti pare, è proprio impossibile. Semplicemente le loro vite sono rimaste tali e quali e avranno solo pensato guarda quello stronzo ciarlatano, chi se lo incula.

Una mattina, l’ing. va al lavoro e compra il giornale. Distrattamente legge la cronaca. Vede la foto di una signora, e quella di un bambino, e quella di una coppia di ragazzi. E allora non più tanto distratto vede un tizio con gli occhiali, una ragazza bellissima che infatti aveva desiderato lo richiamasse, poi due vecchietti gobbi e alla fine pure un carabiniere alto e distinto. Li riconosce tutti, sono quei creduloni col suo bigliettino.

“Grave incidente su un tram in centro, muoiono nove persone”.

Inizia a ridere. Così forte che alla fine si deve nascondere in un angolo ché non ce la fa a smettere e si vergogna della gente che lo guarda. Cazzo, che ho combinato! Dovrei venderla ai terroristi.

Va a lavorare e mantiene tutto il giorno quel suo sorriso che in realtà è un ghigno. A quanto pare hanno ragione gli irlandesi, quel bellissimo oggetto di bellissimo ha solo l’aspetto. Ma l’ing. è cattivo, e la sua cattiveria supera anche l’amara sconfitta del suo scetticismo.

Corre a casa e va dalla sua Nora, ché alla sedia ha dato un nome, perché se lo merita, quella maledetta sedia maledetta. Perché lui vorrebbe restar solo tutta la vita, non vuole legami, e allora preferisce stare con lei, e soltanto ammirarla nella sua macabra bellezza.

È passato un anno, e l’ing. è un po’ cambiato.
Chissà come, chissà perché, adesso Nora non gli piace più così tanto. L’ha messa in una zona un po’ nascosta della casa. Non la guarda più ogni giorno, perché pare che l’ingegnere si sia finalmente innamorato, e ha altro da ammirare che una stupida sedia.

La sua fidanzata abita lontano, e nel fine settimana lo raggiunge a casa perché lui è comunque rimasto un egoista, eppoi è pigro.

La mattina del 28 febbraio suonano alla porta, mentre lui sta sistemando la sua casetta per la sua ragazza, e si chiede chi possa essere e perché lo debbano disturbare, gli faranno perdere tempo, chiunque sia esce e lo accoppa.

-Lei è l’ing. C.? Sì, ci deve seguire, ingegnere. Mi rincresce, Le dobbiamo comunicare un fatto molto spiacevole. La signora G. è stata coinvolta in un incidente molto grave in autostrada. Purtroppo ha perso la vita. Nel suo portafogli c’era un Suo biglietto da visita. Lei la conosceva bene?

Aveva sbagliato il calcolo. Non erano nove, quelli che si erano seduti su quella cazzo di Nora. Erano dieci. E la decima era quell’altra, quell’altra ragazza che era sempre carina, ma non bellissima, però era simpatica e dolce e non era morta sul tram. Ecco perché gli era sembrato strano che prima del primo appuntamento lei l’avesse chiamato.

Lui non le aveva dato il suo numero.

Lei ce l’aveva in tasca da un anno.

L’ing. deglutisce e risponde sono il suo fidanzato.

Barcolla verso la zona un po’ nascosta della casa, mi metto le scarpe, urla singhiozzando.

Per allacciare le scarpe si siede.

Nora sembra divertita.

Cristo, sono davvero un coglione.

6.

Sei la stanza completamente vuota.

La strada senza uscita.

La nave che non attracca, l’aereo che non atterra.

Sei il pane che non lievita, la pasta che non scuoce mai.

La pioggia che non bagna, il sole che non scalda.

La birra che non ubriaca, la canna che non ti fa.

Sei la giacca sgualcita e la camicia sporca,

l’ombrello che dimentico ovunque e che mi manca quando serve.

La maglia troppo pesante quando è già primavera ma a me non sembra.

Sei l’occasione persa, la fantasia che non mi posso più permettere.

Sei la mia zona d’ombra. Sei tutto e tutto il suo contrario.

Earring and socks

Dimentico sempre qualcosa.

Parole, fatti, spesso oggetti.

Ho poca memoria e lo sai.

Quell’orecchino e quel brutto paio di calzini li lasciai da te quando

tra noi sembrava essere nato un sentimento

che ho poi capito essere nato solo per me.

Non l’ho fatto di proposito.

Non l’ho fatto per avere un pretesto per tornare da te.

Per me potevi gettarli via anche subito.

Ma è passato del tempo e non mi va più di chiederli indietro.

Di calzini e orecchini ne ho tantissimi.

Li lascio a te, insieme alle mie dediche sui libri che ti ho regalato,

con piacere e qualche segreta speranza che non posso negare.

Li lascio a te perché se te li chiedessi sarebbe come chiederti indietro

il pezzo di cuore che ti ho dato.

Ma no, tieni pure quello, non mi serve più.

È tuo.

Di pezzi di cuore ne ho ancora tantissimi.

Altra storia

Sono una che si toglie le macchie dai denti con la gomma. Sì la gomma, quella per cancellare i segni della matita. Che pretendevi?

Era chiaro che avrei ceduto a te, alle tue stranezze e assurdità e ai tuoi comportamenti inadeguati sempre e ovunque. L’ho fatto quando ho capito che qualcuno al mondo mi somigliava. Non è mica colpa mia. Neanche tua, sia chiaro. È che può succedere, la tua esistenza in qualche modo si sconvolge, cambia e tu non puoi farci niente. La mia stava già mutando, perché lo volevo da tanto. Ma tu sei arrivato e mi hai dato il coraggio di prendere coraggio, respirare forte e mollare il passato. Per qualcosa di nuovo? No, perché tu non potevi promettermi niente. Per me stessa? Sì, per lei. Poi certo, tu mi hai dato qualcosa, mi hai detto qualcosa e io lì, inerme, una pazza a crederci. Ma se ci credevo era perché non avevi motivo di mentire, se non mi promettevi niente e non volevi niente.

Come dite, voi ingegneri e scienziati? Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma? Così il mio essere affascinata è diventato essere presa, poi persa.

L’ho capito che tu riesci a non smarrirti mai, ce la fai a restare fermo e sicuro, ce la fai ad ignorare quello che è. L’ho capito. Ma ancora ti odio, poi ti cerco, poi ti odio ancora e alla fine non ce la faccio mai a mandarti via sul serio, anche se lo meriti.

Resto ferma anch’io, ma evolvo lo stesso, anche se non prendo mai una forma vera e decisa, quella forma che mi farebbe comprendere sul serio che devo andare via. Andare lontano da te e dal tuo essere perfetto.

Perché tu fai male e forse lo sai anche, ma non puoi far altro che scappare. Qualcuno deve averti insegnato a farlo, con tanta calma e senza farti vedere. Piano piano tu svanisci e lasci che ci si dimentichi di te.

Peccato. Non avrò memoria, ma mi ricordo quanto mi hai lasciato di buono.

Che poi tu ora non voglia darmi più nulla…beh, è un’altra storia.

Incongruenze

Tanto quel vestito l’aveva già visto più volte. Anzi, lei si vergognava di sembrare una che si mette sempre le stesse cose. Così per tutto il giorno non si era fatta vedere. Perché lui aveva detto che occhio non vede…

Ma per lei era il contrario. Il non vederlo la faceva star male. Non meglio. Mai.

Ogni giorno,Elena si diceva che tutto quel dolore non serviva a niente. Che la loro storia non avrebbe portato a nulla. Che non c’era futuro, perciò era inutile violentare il presente.

Allora pensava di riuscire ad ignorarlo, pur vedendolo cinque giorni su sette. Voleva tentare di far scemare tutto così, senza dire o fare nulla, come tante altre volte le era accaduto in passato. Sapete, quei finti amori adolescenziali che quando ci ripensi da grande non ti ricordi perché, quando né come siano finiti. Ecco, questo stava cercando di mettere in atto.

Le dava forza il fatto che lui non l’avrebbe più cercata, se non l’avesse fatto lei. Era abbastanza maturo da capire che non ne valesse la pena. Lui l’accusava spesso di egoismo, lei di mancanza di vero desiderio nei suoi confronti. Aveva cercato sempre uno scampolo di tempo, spazio e vita solo per loro due, ma a lui niente andava bene, ed Elena non sempre capiva il perché. Credeva che lui pensasse che se non potevano aversi completamente…era meglio non aversi per niente. E a lei non piaceva baciarlo distrattamente nei luoghi meno sicuri. A lui invece piaceva eccome.

Per questo, e per altri mille fottuti motivi, bisognava mettere un punto. Senza andare accapo.

Tenersi per loro questa passione inesprimibile, quest’attrazione forte, quest’incontenibile voglia di spogliarsi, fuori e dentro.

Rimase per sempre, in lei, quella serie di puntini di sospensione, che accompagnarono la sua vita, unendo indissolubilmente realtà e fantasia.

Poi

Piegò la tovaglia per bene, anche se la tovaglia è uno di quegli oggetti che usi e riusi e sembra inutile tenerla in ordine.

Accese la candela profumata, poi la sigaretta puzzolente.

Non voleva andare a letto. Non ancora. Sapeva che poi l’avrebbe sognato e ormai si sentiva in colpa anche dei suoi sogni.

Da due settimane non si baciavano. Si sfioravano solo, quando nessuno poteva credere che fosse intenzionale. Le mancava moltissimo, ma ormai aveva fatto una scelta. Aveva deciso di dare un’opportunità al suo rapporto. Perché lui se la meritava sul serio. Lei doveva finirla con l’altro. Almeno per un po’. Almeno fino alla successiva crisi.

Da quando aveva deciso di smettere, di nuovo lui era tornato nella dimensione ideale e onirica. Vederlo ogni giorno, poi, scatenava ancora in lei quella sensazione cui non poteva dare un nome. Non l’aveva mai chiamata amore, era piuttosto un’enorme attrazione multiforme. Che comunque le sembrava amore. Da quando aveva smesso, non era più felice. Sentiva un vuoto enorme, non aveva più stimoli, si sentiva brutta e di nuovo insignificante. Il suo compagno percepiva il cambiamento, che lei cercava di giustificare con gli ormoni impazziti.

Tutta questa storia l’aveva fatta riflettere. Sulla sua relazione, su se stessa, sui suoi reali desideri per il futuro. Capì che non sapeva più cosa volesse davvero. Un figlio? Laurearsi? Viaggiare? Fuggire?

Si sentiva in una gabbia e sbattere le ali sul ferro le faceva male.

Si chiedeva perché tutti intorno a lei sembrassero realizzati o in procinto di. E perché lei, invece, a quasi quarant’anni sembrava non aver concluso nulla.

Forse proprio perché non riusciva a stare nello stesso posto per più di qualche tempo. Perché se agli altri non piaceva la routine, a lei la routine la uccideva.

Il giorno dopo era buio quando si svegliò.

Per questo decise che era il momento giusto per andar via.

Senza meta. Lo sognava da quando da piccola litigava con i suoi. Lo desiderava da tanto. Stare da sola. Veramente. Questo voleva in quel momento. Per ascoltare il suo vero io. Quello senza costrizioni, lontano dal giudizio altrui.

Cosa sarebbe avvenuto dopo? Sarebbe mai tornata? Sarebbe mai tornata come prima?