Danica

Danica nacque molto tempo fa.

Non so chi fossero i suoi genitori, e so a malapena il suo anno di nascita. 1913. Chissà com’era realmente quel mondo. I libri di storia possono anche mentire. Io non c’ero, e se non vedo difficilmente credo.

Danica era la mia bisnonna. In tempo di guerra onorò un soldato mettendo la sua testa mozzata su un letto in casa sua. Carino, no? Specie per sua figlia, mia nonna, che quando ebbe le prime mestruazioni non ne sapeva nulla e pensava stesse morendo. Suo marito mio bisnonno pare giocasse e si giocasse tutta la paga, perdendola. Giocava a carte. E Danica passò gran parte della giovinezza a saldare debiti. Amava viaggiare, per lavoro e svago. E viaggiò fino a quando non scese da un autobus che le tranciò una gamba. Ecco, io me la ricordo così, sulla sedia a rotelle e con il moncone. Non ricordo di quando era tutta intera, e magari passeggiava con me. Ma so bene che quando ero piccola mi dava mille lire ogni volta che facevo il saluto fascista.

Negli anni, la sua forza sembrava aumentare. Faceva tutto da sola, a parte camminare. Una donna autonoma e vigorosa, con uno spirito invidiabile. Brillante, divertente. Però faceva sempre la vittima, provocando in tutti noi forti sensi di colpa. Poi era fredda, niente slanci affettuosi. Quando tornavo a casa, mentre salivo le scale per andare in camera, sentivo che mi chiamava “vacca”. Mi sembrava strano, dato che appena arrivata mi diceva invece “Bela de nona, vien qua che te vedo!”, con il suo accento mezzo veneto e mezzo croato. Al rientro da scuola, quando frequentavo il liceo, la trovavo a cucinare alici con pomodoro, cipolla, aceto, che lei faceva cuocere per delle ore, rendendo l’aria irrespirabile. Se ero fortunata, mi preparava mele cotte. E purtroppo anche banane con il cognac. Dovevo mangiarle per forza. Per rispetto, ovviamente.

Quando poi non fu più in grado di far tutto da sola, iniziammo con le badanti. Alla prima venne un aneurisma dopo due giorni con lei. Coincidenza, certo. Le altre resistettero di più.

A 90 anni desiderava ancora abitare da sola. Perché aveva i suoi impegni, i suoi amici, e con la sua famiglia si sentiva in galera. Andava dicendo che veniva trattata male, lo disse pure ai Carabinieri. Vagli a spiegare che non era vero niente.

Quando era sola, in un appartamento al sesto piano, riceveva molte visite. Spesso erano amiche suore, amici preti. Preparava loro pranzi e cene luculliani. Ed in quelle occasioni non voleva nessuno di noi a casa. Ci siamo sempre chiesti il perché, arrivando a pensare che ci fossero strani “traffici”, lì al sesto piano.

A pranzo e a cena Danica non poteva mangiare se non aveva il suo bicchiere di birra. E così è arrivata a 100 anni. Se non fosse stato per un problema cardiaco sarebbe rimasta da queste parti per qualche anno ancora.

Quando morì, tutti ne soffrimmo. Era unica. Le volevamo bene. E la sua assenza si sentì per diverso tempo, si sente ancora oggi.

Passando davanti a quella che era stata la sua stanza, quasi sembra di sentirla ancora pregare in serbo croato.

O dire vacca.