6.

Sei la stanza completamente vuota.

La strada senza uscita.

La nave che non attracca, l’aereo che non atterra.

Sei il pane che non lievita, la pasta che non scuoce mai.

La pioggia che non bagna, il sole che non scalda.

La birra che non ubriaca, la canna che non ti fa.

Sei la giacca sgualcita e la camicia sporca,

l’ombrello che dimentico ovunque e che mi manca quando serve.

La maglia troppo pesante quando è già primavera ma a me non sembra.

Sei l’occasione persa, la fantasia che non mi posso più permettere.

Sei la mia zona d’ombra. Sei tutto e tutto il suo contrario.

Earring and socks

Dimentico sempre qualcosa.

Parole, fatti, spesso oggetti.

Ho poca memoria e lo sai.

Quell’orecchino e quel brutto paio di calzini li lasciai da te quando

tra noi sembrava essere nato un sentimento

che ho poi capito essere nato solo per me.

Non l’ho fatto di proposito.

Non l’ho fatto per avere un pretesto per tornare da te.

Per me potevi gettarli via anche subito.

Ma è passato del tempo e non mi va più di chiederli indietro.

Di calzini e orecchini ne ho tantissimi.

Li lascio a te, insieme alle mie dediche sui libri che ti ho regalato,

con piacere e qualche segreta speranza che non posso negare.

Li lascio a te perché se te li chiedessi sarebbe come chiederti indietro

il pezzo di cuore che ti ho dato.

Ma no, tieni pure quello, non mi serve più.

È tuo.

Di pezzi di cuore ne ho ancora tantissimi.

La solita strada

Percorro questa stessa strada da così tanti anni che non posso certo ricordare la prima volta. Dai racconti dei miei so che un tempo da Mentana a casa di nonna nelle Marche si arrivava in cinque ore come minimo. Poi hanno fatto dei lavori, per fortuna, delle gallerie, e allora la strada non è che si sia proprio accorciata, ma i tempi sì. Si arrivò a quattro ore e mezza, che erano, e questo me lo ricordo già bene, ore di canzoni dei cartoni animati e di “c’è un bastimento carico carico di”, di lettura di tutti i cartelloni pubblicitari, ma soprattutto erano ore di curve, di nausea e vomito e lamenti, e quando arrivavo da nonna ero sempre sconvolta e tutta sporca, e i miei erano stravolti.

Il 24 agosto di due anni fa la mia vita era tutta diversa, talmente tanto che certi ricordi sono già sepolti e lontani. Però il 24 agosto non lo posso dimenticare. Non lo può dimenticare praticamente nessuno. Quella notte, anzi quel mattino prestissimo, tanti di noi si svegliarono, perché il terremoto ti sveglia. Ti tramortisce, o ti pietrifica, ti terrorizza, e a volte ti uccide. Chi non si è svegliato è morto, chi era lì, troppo vicino al punto in cui la terra aveva deciso di ribellarsi e tremare. Tremare come se sopra non ci fosse niente di importante, come se sopra non ci fossero case persone animali vite. E invece c’erano, e dopo pochi o troppi secondi non c’erano più. O meglio sì, ma in frantumi, in pezzi, in briciole.

Noi a Roma stavamo tutti bene, ma abbiamo pensato subito a nonna, ai miei zii e cugini, ché pensavamo nelle Marche sarà stato forte. Chissà perché. Forse perché in questi casi il pensiero va subito a chi è lontano ma non troppo. Non sapevamo che ancora più vicino a noi fosse stato molto peggio. Non serve dire i nomi dei paesi che sono scomparsi, li sapete già, magari ci vivevate, magari ci viveva qualcuno che conoscevate o amavate.

Ci siamo ritrovati tutti in salone, una volta si guardava il televideo, adesso c’era il tg 24 ore, e all’inizio non si capiva niente, notizie incerte, qualche video inviato da gente comune, e il numero dei morti che cresceva ogni minuto. Mi ricordava quello che era successo a L’Aquila, o in Umbria, ma adesso era diverso, perché tutti quei paesi erano vicini a quella strada che percorrevo da anni, da sempre, e allora mi sembrava tutto così reale. Sentivo i nomi dei luoghi coinvolti e dicevo oddio, ci siamo fermati lì quella volta, e là invece c’era quel ristorante dove non siamo mai riusciti ad andare.

Quella mattina non ho sentito tutto. Non ho sentito le macerie addosso, il silenzio della morte rotto dalle urla di chi ancora un po’ di vita ce l’aveva. Vedere le prime immagini apocalittiche sì, toccò tutti noi, ma quasi in quel momento pensavo vorrei essere lì, vorrei esser stata lì un attimo prima e due minuti dopo, perché da qui io non posso capire, perché io mi sono soltanto svegliata col letto che tremava, ed ho avuto il tempo di alzarmi, sgranare gli occhi, accendere la luce, scendere, capire cosa stesse accadendo, capire che era già finito, e sapere che i miei erano tutti vivi. Ma molti, molti altri no. Non hanno avuto nessun tempo. Se non quello necessario per morire.

Adesso quella strada la percorro ancora. Le macerie sono quasi tutte lì. Ma non è mica un museo. E quando ho visto per la prima volta le pareti sventrate di queste case che davano già sul nulla, allora lì ho immaginato i letti, le cucine, i salotti, e chi poteva esserci dentro o vicino.

Adesso chi è rimasto tenta di tornare a galla, c’è chi non ha lasciato la propria casa, chi l’ha sistemata, chi vive in una casetta finta. Ammiro chi ha fatto questa scelta. Qualcuno potrà non capire.

Ma chi siamo noialtri, per giudicarli?

Noi non eravamo lì.